martedì 11 maggio 2021

Sheikh Jarrah: microcosmo di un conflitto

 




Appena un mese fa Jared Kushner, già Senior Advisor per il Medio Oriente del Presidente Trump –nonché suo genero- dichiarava trionfalmente che il Conflitto Arabo-Israeliano era ormai "acqua passata", grazie alla sua regia nella stipula degli “Accordi di Abramo” e che quel “poco” che rimaneva dell’annosa contesa tra Israeliani e Palestinesi era solo questione di “real estate” (cioè di mercato immobiliare).

In questi giorni la storia puntualmente si è premurata di sconfessare tali previsioni a dir poco ottimistiche. Nel delicatissimo scacchiere mediorientale la scintilla è stata innescata ancora una volta dall’inestricabile rebus geopolitico rappresentato da Gerusalemme: l’”eterna capitale” per lo Stato d'Israele che l'ha “riunificata” a seguito della "Guerra dei Sei Giorni" del 1967; al Quds “la Santa” per i Palestinesi che la reclamano come propria capitale –condizione irrinunciabile per qualsiasi negoziato di pace con Israele.


Questa volta gli scontri hanno avuto origine non più da diritti negati a pregare sulla Spianata delle Moschee, da passeggiate provocatorie di politici israeliani sulla stessa, né da tunnel o lavori in corso nel suo sottosuolo–tutte azioni che in passato hanno provocato scontri sanguinosi, nonché lo scoppio della Seconda Intifada- bensì un paio di km più a nord, nel quartiere di Sheikh Jarrah, una zona residenziale all'inizio del ‘900, oggi uno dei tanti quartieri che compongono il ring della Grande Gerusalemme. Eppure questo quartiere relativamente sconosciuto al grande pubblico –almeno fino a qualche giorno fa- non si esime dal peso del passato millenario che grava su quasi ogni pietra della città. Qui alla fine dell'Ottocento –ancora in periodo Ottomano- alcune famiglie di religiosi ebrei acquistarono il terreno attorno cui si ritiene esservi la tomba di Simone il Giusto, Sommo Sacerdote del Secondo Tempio, divenuta nei secoli oggetto di venerazione e pellegrinaggio. Il resto del quartiere era abitato a maggioranza araba. Nel 1948, allo scoppio della guerra che vide la nascita dello Stato d’Israele (la "Guerra d'Indipendenza") e la sconfitta araba (la “Nakba” per i Palestinesi) il quartiere venne a trovarsi sotto la giurisdizione giordana che controllava la parte est di Gerusalemme come il resto della West Bank. 

A Sheikh Jarrah i giordani diedero i terreni attorno alla Tomba di Simone a famiglie di sfollati palestinesi, rimandando circa la regolarizzazione della proprietà degli stessi terreni. Sennonché nel 1967 Israele riconquista tutta Gerusalemme (la "Guerra dei Sei Giorni") e decreta il diritto al ritorno di tutti i profughi ebrei nelle aree su cui vivevano prima della guerra del ’48. I terreni attorno alla Tomba di Simone il Giusto vengono adesso (negli anni ’90) acquistati da un gruppo radicale di religiosi ebraici (Nahalat Shimon) che reclamano lo sgombero delle tredici famiglie arabe che tutt'ora vivono nell’area. Da qui gli scontri tra i residenti arabi e i militanti di Nahalat Shimon. Sebbene la Corte Suprema Israeliana debba ancora pronunciarsi circa la legittimità degli sgomberi (la pronuncia, attesa per il Lunedì 10 Maggio è stata rimandata) lo scontro è andato allargandosi a macchia d'olio fino a raggiungere il parossismo cui assistiamo in queste ultime ore: scontri violenti in tutta la città Vecchia di Gerusalemme; lancio di razzi da Gaza; risposta Israeliana con vittime palestinesi nella Striscia.

 l’esplodere di tali violenze poteva cadere in un momento più propizio agli estremismi di ambo i lati. E’ di qualche giorno fa la notizia che il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen (Mohmud Abbas) ha rimandato a date da destinarsi le elezioni legislative e presidenziali originariamente previste per il 22 Maggio e il 31 Luglio. La loro indizione aveva innescato un generale e comprensibile entusiasmo, se si considera che il Consiglio Legislativo Palestinese non si rinnova dal 2006 (anno dell’eclatante vittoria di Hamas e della relativa “scissione” di fatto dell’Autorità Palestinese in due polities diverse, una a Gaza governata da Hamas e l’altra in Cisgiordania controllata da Fatah) mentre Abu Mazen è tutt’ora in carica, pur  essendo il suo mandato scaduto dal 2009 -secondo i dettami della Carta Nazionale Palestinese.

La chiamata alle urne aveva messo in moto un processo di partecipazione come pochi se ne vedono nella regione, con 1400 candidati raccolti in oltre 35 partiti politici e con una forte partecipazione di giovani stanchi di leader percepiti come efficienti e gerontocratici, quando non apertamente corrotti. In tale quadro, Hamas, che insieme alla Jihad Islamica continua a presentarsi come l'unica forza di opposizione armata contro Israele ha tutto da guadagnare nelle more delle elezioni, specie in una situazione infiammatoria come l'attuale: da un lato può denunciare una presunta manovra di Abu Mazen tesa a penalizzare il gruppo fondamentalista (la scelta di posticipare le elezioni è dovuta ufficialmente all'impossibilità di coinvolgere l’intero elettorato di Gerusalemme est, causa veto israeliano); dall'altro può capitalizzare la frustrazione e le violenze di piazza per rilanciarsi come competitor di Fatah (le ultime proiezioni davano Hamas in netto calo) cercando di mettere in ombra le invero scarse performance politiche di cui ha dato prova a Gaza dalla presa di potere nel 2007.

Israele dal canto suo rappresenta un caso opposto di partecipazione al voto: nel marzo del 2021 ha infatti votato per le sue quarte elezioni in due anni e ancora lo scenario parlamentare è tale che nessuno schieramento ha la maggioranza per governare. Il Presidente dello Stato Rivlin ha incaricato il leader del partito centrista e rivale di Netanyahu Yair Lapid di formare un nuovo governo. Se il tentativo dovesse fallire c'è il serio rischio di un’ulteriore tornata elettorale. Ora, in questo clima i partiti più radicali e lo stesso Netanyahu potrebbero essere tentati di “tirare la corda” con richieste più oltranziste, di ostacolare la formazione di un governo alternativo alla guida del Likud, richiedendo, ad esempio che qualunque coalizione faccia a meno della componente araba (la Lista Araba Unita, con 5 seggi in Parlamento) che peraltro ha già autonomamente deciso di “congelare”, alla luce dei recenti scontri, i negoziati per formare un governo di Lapid.


In conclusione, violenza e impasse politica si autoalimentano reciprocamente in una spirale dall'esito imprevedibile. E né gli altri attori regionali (gli Stati del Golfo in primis, che con gli Accordi di Abramo sembravano voler inaugurare un "Nuovo Medio Oriente") né l'alleato americano appaiono in grado di presentarsi come broker credibili di una pace che è tutt'altro che una questione di "mercato immobiliare".

 

lunedì 21 settembre 2020

The "Abraham Agreements": a Peace Treaty or a Defense Deal?

 



(Versione italiana sotto) On September 15, with a solemn ceremony, a radiant Donald Trump did the honors for an event the most of the journalists and commentators worldwide rushed to tag as “historic”. The location was indeed the one of the important events, the Garden of the Roses of the White House, which witnessed other high ranking delegations formerly at war shaking each other’s hands in peace. The level of the guests received on this occasion was not less elevated than in the past: the Prime Minister of Israel Benjamin Netanyahu and the Foreign Ministers of the UAE and Bahrain have signed agreements that normalize the relations among those countries ushering in the opening of diplomatic representations, commercial flights and cooperation in scientific, industrial and cultural sectors.


At a first sight it would seem as this event follows in the footsteps of the Camp David Agreements of 1978 which put an end to the hostility between Israel and Egypt and of those of 1994 between Israel and Jordan  -and previous to that the Interim agreements between Israel and the PLO. Except that what President Trump (together with National Security Advisor Robert O’Brien and Middle Eastern Advisor – and Trump’s son-in-law -Jared Kushner) has been steadily working on is something that strays totally from the traditional paradigm of the US and Middle Eastern diplomacy that has always subordinated any regional settlement with Israel – including the recognition by its Arab neighbors- to the principle “Land for Peace”. Such was the spirit of the above-mentioned agreements between Sadat and Begin with the return of the Sinai Peninsula to Egypt and the peace agreement between Rabin and King Hussein of Jordan as a result of the negotiations with Arafat over the return of the Palestinian territories.

What at first strikes about the “Abraham Agreements” is that the “normalization” concerns countries with which Israel has no territorial disputes: in fact, they already fostered good unofficial relations in sectors such as tourism and exchange of intelligence and military information.  As an evidence of that, we haven’t witnessed long and strained negotiations and the declaration of intents was a lean, short document. A peace without a (previous) war, which lies outside the usual paradigms used by scholars and reporters to explain the dynamics of the Middle Eastern politics in general and the Israel-Palestinian-Arab conflict in particular. Is that a good sign? Is it a cunning operation of Realpolitik by regional actors which get rid of the classical alliances schemes and of the full-blown rhetoric on solidarity with the Palestinians?

What is true is that the Palestinians are indeed the only loosing part of this negotiation round. “A stub in the back” was even described by the spokesperson of the Palestinian authority. As a matter of fact, as already mentioned, these agreements mark a breach in the Arab stance. The Arab countries as a whole had always backed the Palestinian claim that any recognition of Israel would pass by an overall settlement with the Palestinian Authority over the status of the Territories occupied by Israel during the ’67 War.  That was still the official pan-Arab position as stated in the last, general Arab Peace Plan sponsored by Saudi Arabia in 2002.

It is true that the Emirates have justified their decision by claiming that they “convinced” the Israeli Prime Minister to freeze the project of annexing the West Bank: however as Netanyahu put it, the project is only in stand-by as it represents a priority for his government.

By claiming to have broken the Israeli isolation among the Arab world (or at least in part of it) as a major diplomatic success Mr. Netanyahu can undoubtedly mark a point in his favor, given the troubled internal political situation, with an indictment for corruption pending on him and with the chaos over the management of the Covid-19 pandemic (being so far Israel the first country to experience a second full lockdown).



For his part, President Donald Trump can also sell the brokered agreements as a diplomatic achievement enshrined in his personal negotiation skills that, as he puts it, he will use to herald even further American success in the international arena, were he be reelected. If it is true that historically the foreign policy has not had a preponderant weight for a president seeking reelection, it is also true that by presenting himself as a strenuous defender of Israel (by brokering an agreement that breaks the latter diplomatic isolation) Mr. Trump bets on the Jewish and the Evangelic votes (which are traditionally close to Israel). 

As for the Gulf Countries it is interesting to see how they will capitalize the “Abraham Agreements” and how the peculiar strategic and military contingency has pushed UEA and Bahrain to turn their backs to the Palestinian claims with the approval of Saudi Arabia. It is undoubted that the agreements went through thanks to the approbation of the Saudi Monarchy which backed down the past inflexibility towards Israel. If it is unlikely tough that the King would openly recognize Israel and join in the agreements, in the future, once Crown Prince Mohammad bin Salman will take over, everything is possible.


Surely the game is worth the risk. Beyond the rhetoric used by the Arab partners (starting from the name “Abraham Agreements” to recall the patriarch who is recognized as the “father” of the three main monotheistic religions: Christianity; Judaism and Islam) which by the way will find it difficult to sell them to their populations (this is particularly true in Bahrain whose Sunni élite has been experiencing troubles to rule over the Shiite majority) what is at stake goes beyond the sole opening to truism or to the scientific cooperation. What this is mostly about is the creation of a common front against the shared regional enemy called Iran. With last year attack on Aramco facilities in Saudi Arabia (by drone flown from Yemen but allegedly directed by Iran) and with the Cold-war climate astride the Arabic Gulf, every little help against Iran is welcome by the AGC. And the “Abraham Agreements” seem to come as much more than a little help. 

The decisive, positive opportunity was given with the election of Donald Trump as US president who abandoned the nuclear agreement wanted by his predecessor Barak Obama and opened a new era of strong pressures on Iran. The Arab Gulf Countries which perceive the Iranian regime as the major danger for the regional stability and for the Sunni hegemony over the Muslim world are more than happy to realign behind the harsh stances of President Trump, even if that means to pass through an agreement with yesterday’s foe Israel. In exchange, the UAE may at last obtain their order of brand new F-35 stealth fighters and the EA-18G Growler electronic warfare aircrafts, marking a strategic advantage in the military balance with Teheran. Winds of war, as one can see, that have brought about an unprecedented coalition from Washington to Abu Dhabi, passing through the new allies of Tel Aviv.



Gli “Accordi di Abramo”: cui prodest?

In pompa magna, lo scorso 15 Settembre un raggiante Donald Trump faceva gli onori di casa per un evento che stampa e commentatori di mezzo mondo si sono affrettati a definire “storico”. La location era peraltro quella degli eventi importanti, il Giardino delle Rose della Casa Bianca che in passato ha visto altri presidenti e altre delegazioni di paesi precedentemente in guerra stringersi la mano. E in effetti la statura degli ospiti convenuti in quest'occasione non è stata da meno che nel passato: Benjamin Netanyahu, Primo ministro di Israele e i ministri degli esteri di Bahrain e Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo che normalizza i rapporti tra questi paesi, con scambio di rappresentanze diplomatiche, aperture di voli commerciali e cooperazione in ambito scientifico, industriale e culturale.

A prima vista sembrerebbe che un tale evento ricalchi effettivamente quelli degli accordi di Camp David, del 1978 che posero fine alle ostilità tra Israele e Egitto e del 1994 tra Israele e Giordania e prima ancora gli Interim agreement tra Israele e OLP. Se non che ciò a cui il Presidente Donald Trump (e i suoi consiglieri Robert O’ Brien per la Sicurezza Nazionale e il genero Kushner per il Medio Oriente) ha minuziosamente lavorato corrisponde a un paradigma profondamente diverso rispetto ai binari della diplomazia americana e mediorientale che vincolavano qualsivoglia accordo regionale con Israele- incluso il riconoscimento dei vicini arabi- al principio di “terra in cambio di pace”.  Tale è stato il caso dei sopra citati accordi tra Begin e Sadat con la restituzione del Sinai all'Egitto e gli accordi tra Rabin e re Hussein che hanno seguito i negoziati con Arafat per la cessione dei Territori Palestinesi.

Ciò che a primo acchito colpisce di tale “normalizzazione” è che riguarda dei paesi con cui Israele non ha di fatto alcun contenzioso territoriale e con cui anzi nutre già buoni rapporti ufficiosi in diversi settori (dal turismo allo scambio di informazioni di intelligence e militari). A riprova di ciò, il mondo non ha assistito a lunghi round negoziali e il documento firmato è una “snella” dichiarazione di intenti. Una pace senza guerra insomma che esula dai consueti schemi epistemologici con cui studiosi e commentatori (ci) hanno abituato a leggere la politica mediorientale e il conflitto israelo-arabo-palestinese in particolare. E’ questo un bene? Una scaltra operazione di Realpolitik da parte di attori regionali stanchi delle pastoie diplomatiche e – da parte di Bahrein e EAU (per ora) della conclamata solidarietà panaraba verso i Palestinesi?

E’ vero che i Palestinesi, ancora una volta, sono stati i “perdenti” diplomaticamente parlando di tali accordi. Addirittura una “coltellata alla schiena” come l'ha definita il portavoce del governo di Abbas. E in effetti, come si è già detto, la firma tra i tre paesi segna una crepa importante nel blocco arabo che ha strenuamente subordinato –almeno di facciata- ogni riconoscimento di Israele alla pace con i palestinesi e alla restituzione dei territori occupati nella guerra del ’67. Tale principio veniva ancora solennemente sancito dall’ultimo, più importante piano di pace arabo voluto dall’Arabia Saudita nel 2002 e a cui tutti i Paesi arabi hanno aderito.

E’ pur vero che gli Emirati hanno giustificato la loro apertura affermando di aver “convinto” Netanyahu a congelare il progetto di annessione della West Bank, ma come lo stesso Primo ministro israeliano si è affrettato a dichiarare il progetto è solo rinviato, essendo esso l'obiettivo primario, nel medio-lungo periodo, del governo israeliano.

Netanyahu segna senza dubbio un punto diplomatico a proprio favore, rompendo l'isolamento diplomatico nel mondo arabo (o di parte di esso) e puntando sulla politica estera rispetto a una politica interna che al momento, tra il processo per corruzione e la gestione critica dell'epidemia Covid (Israele è il primo paese al mondo a imporre un secondo lockdown totale) non sembra fornirgli motivi per rallegrarsi.

Pure Trump dal canto suo può vantare un successo diplomatico sancendo quel suo “stile negoziale” tutto particolare che, sotto elezioni con sondaggi a lui sfavorevoli gli permette di annunciare ulteriori successi in campo internazionale. Se è vero che la politica estera non ha storicamente un peso preponderante per un presidente americano che cerca la rielezione è pur vero che, presentandosi come uno strenuo difensore di Israele e contribuendo a romperne l'isolamento diplomatico di parte del mondo arabo, Trump punta sull’importante fetta del voto  ebraico e su quello evangelico, tradizionalmente amico di Israele.

Quanto ai Paesi del Golfo è interessante notare quanto capitalizzeranno dall'accordo con Israele e come la particolare congiuntura strategico/militare abbia spinto (sempre complice l’amministrazione Trump) a far cadere i vecchi tabù che legavano i Paesi arabi alla causa palestinese e all’ostilità verso lo stato ebraico, con il tacito avallo dell’Arabia Saudita.  Sembra infatti che Ryad –senza la cui autorizzazione difficilmente il Bahrain e gli stessi Emirati avrebbero potuto intraprendere un passo simile- stia facendo macchina indietro rispetto all’intransigenza mostrata verso Israele, e se è improbabile che l'attuale sovrano si spinga fino ad un accordo formale con lo Stato ebraico (come ventilato più o meno chiaramente da Washington) con il futuro monarca Mohammad bin Salman tutto sarà possibile.

Certo, il gioco vale la candela. Al di là della retorica messa in campo dai diversi Paesi (a partire dal nome degli accordi che, in uno sforzo ecumenico, rimanda al Patriarca riconosciuto dalle tre grandi religioni: Abramo appunto) i quali, che che se ne dica, hanno difficoltà a far accettare alla propria popolazione la normalizzazione con Israele (il che è particolarmente vero per il Bahrain la cui helite sunnita ha e ha avuto grosse difficoltà a governare una maggioranza sciita) la posta in gioco è ben altra che le sole apertura al turismo e alla cooperazione scientifica. Si tratta infatti di ufficializzare quel fronte comune che oppone il mondo sunnita – a guida Saudita- e Israele alla comune minaccia iraniana.  Con gli attacchi alle raffinerie saudite da parte di droni yemeniti –ma con la regia iraniana, secondo Ryad- e con il clima da guerra fredda (che spesso, come abbiamo visto, deflagra in atti di proxy-war) che si vive tra le due sponde del Golfo, ogni aiuto anti-iraniano è ben accetto dalle petrol-monarchie. Finalmente la congiuntura favorevole si è avuta con l'arrivo di Donald Trump alla Casa bianca il quale si è affrettato a stralciare l’accordo sul nucleare voluto dal suo predecessore lanciando un segnale che le capitali del Golfo hanno subito colto: e se questo significava, come nel disegno di Kushner e Trump stesso- e come auspicato da Netanyahu-  di passare attraverso un riconoscimento di Israele, ben venga. In cambio gli Emirati Arabi avranno sbloccate le commesse per i tanto agognati F-35 invisibili ai droni e i Boeing E/A-18G Growler segnando un vantaggio strategico nell’equilibrio militare con Teheran. Venti di guerra quindi che, in chiave anti-iraniana, vedono un inedito asse Washington-Tel Aviv-Abu Dhabi. 

sabato 6 giugno 2020

Il campo minato del nuovo “Faraone” dell’Arabia Saudita


Introduzione

Con il termine “nuovi Faraoni” l’ideologo islamista egiziano Sayyid Qutb definiva negli anni ’60 quei leader laici che nella Umma Islamica governavano contro i precetti della vera fede musulmana, perpetuando così la condizione di “empietà ed ignoranza” (jahilylya) propria del mondo arabo prima della venuta del Profeta (Kramer, 1997). Gli strali di Qutb, così come dei principali ideologi dello Stato islamico, da al-Banna prima di lui a Mawdudi fino a Komeini- si scagliavano contro i modelli culturali di matrice illuministico-europea includendo laicità e divisione dei poteri ma anche il nazionalismo e più in generale ogni sistema che non rientrasse nella rielaborazione teorica e pratica dell’Islam politico.
L’esperienza storica ha visto il successo dell’Islam politico solo in alcuni paesi (l’Iran di Komeini, il Sudan di al-Bashir, l’Afganistan dei Talebani) e solo in un periodo di tempo relativamente limitato (Kepel, 2000). Il caso egiziano, culla dei principali ideologi dell’Islamismo contemporaneo (al-Banna e Qutb) ha vissuto momenti convulsi ma fino ad ora non decisivi per l’attecchimento dell’Islam politico in questo paese. Dagli anni ‘50 del secolo scorso la fratellanza musulmana venne repressa (Qutb fu giustiziato nel 1966 per ordine di Nasser), l’islamismo “imbrigliato” in un istituto legalitario e controllato all'interno dell’Università al-Azhar e financo timidamente cooptato con Sadat (Lia, 1998). Per quanto lo stesso Sadat sarà assassinato in un eclatante attentato nel 1981 dai seguaci di Qutb, la rivoluzione islamica da loro auspicata non avrà però la forza sociale di attecchire. Infine, l'ultimo capitolo delle vicende dell’Islam radicale in Egitto riguarda le Primavere Arabe del 2013 che hanno portato al governo, nelle prime elezioni libere del paese, un Presidente membro dei Fratelli Musulmani, deposto poco tempo dopo dal generale Al-Sisi (Cavatorta, 2016). 


Rispetto alle convulsioni egiziane, l'Arabia saudita ha da sempre rappresentato un “porto sicuro” per quei dissidenti islamisti in fuga dalla repressione dei governi laici o socialisti e alla ricerca di un percorso di vita e di fede al riparo dell’ortodossia wahhabita (Vassilev, 2000). Il Regno saudita è infatti intrinsecamente legato alla visione rigorista dell’Islam (quella del riformista Muhammad Ibn Wahhab vissuto nel XVIII secolo) da cui trae la propria legittimità politica. Tale unione (simboleggiata nella bandiera nazionale dalla spada dei Saud e dal Libro santo) ha contraddistinto l'intera storia del paese, l'unico della Umma Islamica in cui gli Ulema hanno un potere istituzionale delle cui fatwa il regno si serve per sancire le proprie decisioni. Scelte politiche non sempre condivise dai movimenti più fondamentalisti dell’Islam sunnita. Non a caso, il Regno è puntellato esternamente dalla storica alleanza con gli Stati Uniti (e prima ancora con l'Inghilterra) che ha salvaguardato il fondamentale ruolo geopolitico del Paese quale principale esportatore petrolifero (Gause, 1998). Proprio questa alleanza rappresenta però il tallone d'achille del “patto sociale” (o per meglio dire religioso) con la galassia di movimenti rigoristi islamici attivi nel Regno. 
L'arrivo di truppe americane in Arabia Saudita in occasione della Prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein ha rappresentato la prima causa di dissenso dei movimenti salafiti (raggruppati nel movimento Sahwa che attecchirà a partire dagli anni ‘80) contro il regime che autorizzava l’arrivo di “infedeli nel Sacro Suolo dell’Islam”.  Dal canto suo il potere ha cercato di stemperare gli attriti con gli ulema restii ad accettare l'alleanza con il “Satana americano”, adottando delle politiche in ambito sociale e religioso che davano l'immagine di un’osservanza rigorosa dei codici di comportamento islamici: stretta sulle libertà civili, sull’autonomia delle donne e sull’ortodossia religiosa. Tuttavia la modernità e soprattutto lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi non sono passati in maniera anodina per uno Stato che si ritiene indefesso protettore di una versione monolitica e particolarmente rigida dell'Islam.

MBS

A cambiare il volto dell’anchilosata monarchia saudita, spesso vittima al suo interno di un complicato sistema di successioni e di intrighi che ne limitano le prospettive decisionali nel medio-lungo periodo, è intervenuto nel 2017 il giovane principe Mohammad bin Salman (classe 1985) il quale proprio quell'anno è stato nominato erede al trono dal padre Salman che, anziano e malato, nominalmente detiene tuttora il trono. Accumulando importanti cariche (Ministro della Difesa; Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo; Vice-Primo Ministro) è bin Salman l’effettivo detentore del potere assoluto in Arabia Saudita presentandosi così come uno dei più giovani governanti sulla terra. Cosmopolita, formatosi all'estero e con una forte ammirazione per gli Stati Uniti, Mohammad bin Salman (meglio conosciuto con l’acronimo MBS) rappresenta una novità assoluta per la gerontocratica struttura di potere saudita (Hubbard, 2020). La sua salita al potere non è stata esente da “scossoni” che sembrano però averne garantito la stabilità, attraverso metodi spesso controversi (dietro alla reclusione dorata di molti esponenti dell'élite nazionale all’interno di un hotel di lusso a Ryad, ufficialmente per motivi di corruzione, molti hanno visto una resa dei conti del giovane principe nei confronti dei suoi oppositori interni) e senza tanti scrupoli nel liquidare la dissidenza (esempio ne è il caso Khashogi). 


Nel chiaroscuro del panorama politico saudita occorre pure rilevare il deciso passo di cambio voluto da MBS nell’intraprendere un ambiziosissimo piano di modernizzazione che si muove su due piani paralleli: da un lato l’imperativo di diversificare  la produzione nazionale cercando di emancipare il Paese dallo status Rentier State legato al ruolo di primo esportatore mondiale di petrolio. Contemporaneamente, e in parte funzionale al primo obiettivo, modernizzare il Paese anche in termini di costumi e di una maggiore “liberalità” di modo da renderlo effettivamente un polo d'attrazione per gli investitori internazionali.

E proprio in questa doppia ottica si inserisce il discorso in chiave nazionalista che scombussola i pilastri dottrinali su cui si è sempre retta la monarchia saudita. Il concetto di nazionalismo (watraniyya) era stato già in parte sdoganato dallo zio di MBS nel 2003. (Champio, 2003). Fu re Abdullah, allora principe ereditario,  a istituire la Giornata Nazionale del Regno e fu sempre lui ad aprire, seppur timidamente, ad altre correnti dell'Islam saudita attraverso un’apposita assemblea che accolse financo la minoranza sciita (da sempre considerata “eretica” dal sunnismo specie se di matrice wahhabita). Oggi il concetto di nazionalismo propugnato da MBS si arricchisce di nuovi importanti significati, specie alla luce dei rivolgimenti storici intercorsi nell'ultimo decennio. In primo luogo le “Primavere arabe” hanno rivelato tutti i rischi di un fenomeno che in ogni sua variante (dallo slancio democratico all'opzione islamista) rappresenta un rischio concreto per gli equilibri della monarchia saudita. Una risposta a quelle istanze doveva dunque essere riformulata secondo un paradigma originale –e verticistico- in grado di mobilitare consenso attorno alla casa reale senza rischiare di coinvolgere passioni religiosi difficili da controllare. La lunga guerra allo Yemen poi, che rappresenta uno dei maggiori disastri umanitari dei nostri giorni  -e che per la famiglia reale si è rivelato un costosissimo fallimento in termini strategici, economici e di immagine- richiede un rinnovato incitamento all’orgoglio nazionale per continuare la mobilitazione di una popolazione ormai stanca di un inutile e dannoso insuccesso militare (vedi gli attacchi perpetrati dai ribelli Huthi alle raffinerie di Aramco in suolo saudita).

Nazionalismo e Contemporaneità

Soprattutto, il richiamo alla watraniyya è strumentale al grandioso piano di riforme volute da MDS che mira a fare dell'Arabia Saudita un polo d’attrazione di investimenti internazionali, diversificando la propria economia dalla dipendenza dal petrolio. Le ambizioni del giovane principe si sono concentrate sul progetto “Vision 2030” con la costruzione di avvenieristiche città nel deserto, hub di nuovi affari a marchio High-Tech da costruire con investimenti privati. Tale intraprendenza e l’operazione di public relations che MBS ha strenuamente promosso tanto all’estero quanto in casa non possono fare a meno di un puntello ideologico che stemperi l’immagine reazionaria degli imam wahhabiti alla quale la monarchia saudita è stata per lungo tempo associata. Per quanto lo slancio del giovane principe sembrerebbe propizio a rilanciare il nuovo ruolo dell’Arabia Saudita nel mutato scacchiere internazionale, MBS dovrà però fare i conti con le conseguenza che tale “restyling” potrebbero avere sul piano sia sociale che religioso.


Se negli anni ’80 i petroldollari hanno rappresentato un polo di attrazione per migliaia di personale non qualificato proveniente da ogni parte del mondo islamico e non solo, il drastico calo del prezzo del greggio rischia oggi di scombussolare il delicato equilibrio sociale su cui si basa la legittimità del regno (Gause, 1994). Triplicando il volume delle imposte dirette dal 5% al 15% (in un regime fiscale, tipico dei “rentier state” che fino a poco tempo fa quasi non conosceva tassazione) e bruciando miliardi di dollari con le minore entrate petrolifere c'è il rischio concreto dell’emergere delle proteste delle classi medie urbane, le quali sono sempre state al margine delle enormi ricchezze derivanti dall’oro nero, appannaggio  piuttosto dei ricchi tecnocrati e amministratori statali, spesso membri della stessa famiglia reale. Peraltro, se fino ad oggi il malcontento delle classi rurali di recente inurbamento ha potuto in qualche modo essere catalizzato in una pratica religiosa e in una visione del mondo consustanziali al regno (il Wahabismo) le aperture sociali e di costume inaugurate da MBS, per quanto timide siano, rischiano di disintegrare pure quella Pax religiosa che teneva “a bada” le classi più emarginate. La restrizione delle prerogative dei mutawi’a (in parte paragonabili ai pasdaran iraniani e incaricati di sovrintendere all’applicazione della regole religiose nella vita quotidiana) rischia di scontentare la parte più povera della popolazione di cui le milizie fanno parte, e che trova in tale ruolo una valvola di sfogo alla propria frustrazione socio-economica. 


Le prese di posizione del principe ereditario vanno poi in alcuni casi addirittura contro la sensibilità delle gerarchie wahhabite, come l’aver accentuato l'importanza della Giornata Nazionale Saudita del 23 settembre (in senso laico) provocando la ferma condanna dei religiosi. Indicativo di questo nuovo Zaitgeist è pure lo slancio adottato dal principe nel recuperare e valorizzare turisticamente siti archeologici pre-islamici, cosa che fa rabbrividire i più estremi tra gli islamisti iconoclasti che associano al periodo pre-islamico la condizione di jahilylya (ignoranza pagana appunto). Più in generale è la retorica nazionalista che sembra infiammare l'animo di MBS, in un discorso mai sentito prima, e che lo spinge a indicare un preciso periodo storico (antecedente al 1979, data in cui il legame tra il potere politico e quello religioso si rinsalda accentuando una stretta nei costumi e nella moralità) come auspicabile punto di riferimento per il regno del futuro. 

La Spada e il Libro: un rapporto difficile

D’altronde le fluttuazioni nei rapporti tra gerarchie ecclesiastiche e casa regnante hanno contrassegnato la lunga storia saudita: quando il carisma dei predicatori sovrastava quello dei regnanti erano loro a prevalere; né d’altro canto, agni inizi degli anni ’20 del secolo scorso, il capostipite del regno Abdul Aziz Saud ha esitato a sterminare i mujaheddin (Ikhwan)-supportato dall'aviazione britannica- quando questi si rivelarono una minaccia per la stabilità del potere (Kostiner, 1993). E fu proprio tra i clan i cui membri militavano nell’Ikhwan decapitato di allora che emerse il commando di estremisti che nel 1979 assalì la Grande Moschea della Mecca prendendone in ostaggio i pellegrini. Anche in quella occasione la repressione fu spietata e segnò un momento decisivo nella conflittuale dialettica tra monarchia e clero. Clero che paradossalmente, propio a seguito di quel fatto così drammatico, segna un punto a proprio favore: in cambio del rinnovato sostegno al re Khaled, gli ulema si vedono riconosciuti ampi margini di agibilità in ambito educativo, d’insegnamento e propagazione della fede, con radio e reti televisive loro dedicati. Inoltre ottengono quella stretta nei costumi e nella moralità pubblica che limita le libertà individuali -specie delle donne. E’ l’inizio della Sahwa (letteralmente “il risveglio”), un periodo di grande dinamismo nel campo religioso, impersonato da due carismatici ulema, Salman al-Ouda e Safar al-Hawali, in cui il salafismo wahhabita riceve e rielabora il contributo della fratellanza musulmana di matrice qutbista. Ed è proprio questo il 1979 cui il giovane principe si riferisce nel suo auspicio a un ritorno ex-ante.  


Tuttavia, i nuovi predicatori della Sahwa saranno meno prudenti della maggioranza del clero wahhabita nel non urtarsi con i sovrani, criticando l’”ignavia” degli ulema che li sostengono e denunciando l’esercizio di una sovranità secolare che –a loro dire– non può sostituirsi a quella divina. A queste diatribe di carattere dottrinario si aggiunge l'evento -traumatico sotto molti aspetti- rappresentato dalla Prima Guerra del Golfo alla quale l'Arabia Saudita partecipa. Non solo, ma autorizza la permanenza (che da allora sarà stabile) di truppe americane sul proprio territorio. Tale scelta segna una frattura nelle Sahwa, con la “vecchia guardia” degli ulema wahhabiti che sancisce con due fatwa la decisione del re, mentre le nuove generazioni di salafiti-qutbisti considerano la presenza straniera sul “sacro suolo” niente meno che un’empietà. Oltre a questi dissidenti, nelle persone di Al-Hawali e al Awda -che vengono subito arrestati- molti salafisti ancora più radicalizzati danno vita ad azioni violente, ad attentati e ad attacchi contro la presenza americana. Tra questi ultimi si annovera Osama Bin Laden che proprio da allora dà inizio alla propria “Jihad” contro “ebrei e nuovi crociati”(sic). 

Conclusioni

Si può affermare che il percorso di MDB sia in effetti appena iniziato, e come suggeriscono alcuni osservatori, il giovane principe ha il potenziale –sia genetico che costituzionale- per regnare fino al 2070. Il modo in cui ha fin qui gestito il potere -in un misto di crudeltà e aperture, modernità e tradizione- sembrerebbe avvicinarlo alle figure degli assolutisti illuminati dell'Europa del XVIII secolo. La grande incognita resta su come saprà reggersi su un equilibrio molto esile tra modernizzazione e wahhabismo, e su come la base sociale e islamica reagirà alle riforme annunciate. La “condanna” dell’oro nero, in una congiuntura attuale particolarmente difficile e nell’urgenza di affrancarsi dall’egemonia degli idrocarburi, necessita di una politica oculata ma inderogabile, che il giovane principe sembra aver intrapreso. Non sarà facile convincere chi fino ieri godeva degli enormi introiti legati al petrolio a sobbarcarsi i costi della riconversione economica: l'imposizione fiscale, una novità nei termini in cui viene oggi preannunciata e il calo di manodopera straniera legata alle restrizioni del Covid-19 rischiano senz'altro di provocare il malcontento della classe media urbana e di quella mercantile che hanno finora sostenuto la casa regnante. 
Il rischio concreto è che tale malcontento possa essere strumentalizzato e cavalcato da gruppi radicali salafiti o da singoli religiosi che non si piegano alla volontà della dinastia Saud. Se da un lato MBS sa di poter contare sulla “docilità” del Consiglio degli Ulema, presieduto dalla potente famiglia degli al-Sheikh (discendenti diretti di Muhammad Ibn Wahhab e nominati dal monarca stesso) spazi di radicalismo esistono al di fuori del Consiglio, come la storia del Sahwa ha dimostrato. Proprio quegli ulema che hanno interiorizzato e integrato il pensiero di Qutb, come Salman al-Awda o Safar al-Hawali che in passato si erano trovati in rotta di collisione con il potere per poi “reintrare nei ranghi”, sono oggi nuovamente sotto la scure di MBS che li ha fatti arrestare: al-Awda perché si è rifiutato di sottoscrivere la fatwa contro il Qatar e al-Hawali per essersi espresso a mezzo stampa contro il principe stesso. E’ questo il preludio di un rinnovato scontro tra un ambizioso giovane principe, un potenziale “nuovo faraone” da abbattere secondo la retorica integralista, araldo di un inedito nazionalismo saudita da un lato e una galassia islamista risoluta a ribadire l’egemonia dell’Islam integralista dall’altro? Dall’esito di tale eventuale tenzone, in cui il primo avrebbe tutto da perdere e la seconda tutto da guadagnare si gioca il destino della monarchia saudita e potenzialmente, dell'intero Medio Oriente.










giovedì 12 dicembre 2019

The Ayatollah and Iraq...a déjà vu story?


   


   The violent protests that have been flaring up Iraq for over two months brought about the resignation of Prime Minister Abdel Abdul Mahdi, as sources of the government leaked on November 29th. Interestingly enough, it was not the heavy-handed police response (leaving on the ground more than 400 protesters), nor the pressures from the International Community that caused the PM to step down. What it actually resulted decisive was the official standpoint taken by top Shia Iraqi Authority, Ayatollah Aly Al-Systani condemning the crackdown.

    The riots started in the early October and targeted a ruling class conceived as too corrupted, unable to cope with the rising unemployment rate affecting mainly young people ( in Iraq 60% of the population is under 30). So far the protests have been essentially spontaneous, without a defined lairdship and mainly animated by young people.



    This is up to now. As in the intricate Middle Eastern scenario and specifically in the complicated ethnic and religious mosaic that is Iraq, the gaps of power are particularly quick to be re-filled. The majority of the population in Iraq is Shi’ite and during the ruling of the Sunni Saddam Hussein the gap between Shia majority and the Sunni minority went on more and more widening. In this sense it was of little help the post-Saddam quota-based system attributing key government roles equally to Shia, Sunny and Curds, the three main sectarian and ethnical groups of Iraq.

    Today’s risk in Iraq is that the Shia clergy could take advantage of the lack of leadership during these two month unrests. From Karbala, the Shi’ite holy city in Iraq, Ayatollah Al- Systani presents himself as the guide, both political and spiritual, of a population exacerbated by years of instability, misery and warships. For decades, at least since the Ba’at revolution in the 60s, the religious Shia authorities were relegated to mosques and Madrasas, but today they present themselves  as the political alternative to look upon for a wide population disenchanted by the collapsing republican institutions. And indeed the political situation may justify a daring comparison of today’s Iraq to the 1979-Iran: back then, the anti-Shah protests too were inspired by progressive demands against a corrupted government perceived as driven by external interests. Ayatollah Ali Khomeini, initially declared himself unwilling to lead the protest movements just to oust any other democratic force upon his return to the country.



    The present political situation in Iraq shows some aspects that appear ripe for a populist-theological discourse to be grasped: the protests still do not have a clear ideological motive nor a leadership with which the Shi’ite clergy could compete for; the Iraqi civil society is today much more fragile than the one in Iran in the late 70s and therefore less resilient to the cajolery of the religious lure. Let alone the growing influence exercised by Iran in all the Middle East...  And still, this last point can help debunking a too simplistic comparison between the two countries. The influence of Iran, perceived as too pervasive in the Iraqi politics, was one of the reasons pushing people to take the street. Moreover, the complex confessional and ethnical composition of Iraq does not seem to encourage a potential hegemonic experience by the Shi’a: that, if ever happened, would not be able to take over the pride Sunni population without sparking further conflict eligible to enlarge, once more, at the regional and international level.

    The 2011 “Arab Springs” that gave the hope for a democratic reshaping of the entire Middle East, mostly turned into more excruciating conflicts and authoritarian regimes (with important exceptions like in Tunisia)...The peculiar history of Iraq, its demographic composition and the ethnic and religious divides do not seem to encourage for a controlled and peaceful resolution of the today’s unrests. Will we assist to a resurgence of the religious and ethnical contend as a consequence of the demands for a renovated and more democratic political system? Or should be assisting to a further fragmentation of the Iraqi polity, under the pressure of the internal and the external interests? The upcoming months will be decisive to understanding the evolution of the crisis as well as to grasp once and for all which role the Shia authorities will assume.




lunedì 2 dicembre 2019

L'Ayatollah e l'Iraq...Una storia già vista?



Le violente proteste che da circa due mesi infiammano l’Iraq stanno portando alle dimissioni del Premier, Adel Abdul Mahdi, come fonti del governo hanno fatto sapere questo venerdì 29 Novembre. Curiosamente, non è stata tanto la sanguinosa repressione della polizia- repressione che ha lasciato sul terreno oltre 400 morti tra i manifestanti-, né le pressioni della comunità internazionale che per voce del Segretario delle Nazioni  Unite Gutierrez hanno invocato l’immediata cessazione dell’uso della forza, a determinare tale esito. La mossa decisiva che ha convinto il Primo Ministro a fare un passo indietro viene invece dalla massima autorità sciita del paese, l’Ayatollah Aly Al-Systani.

Le proteste di piazza hanno preso l’avvio a inizio ottobre, in una sorta di riedizione delle “Primavere Arabe” contro una classe dirigente percepita come troppo corrotta, incapace di affrontare la galoppante inflazione e la drammatica disoccupazione soprattutto giovanile, in un paese dove il 60% della popolazione ha meno di 30 anni. Le proteste sono state pressoché spontanee, animate prevalentemente da giovani, senza una leadership unitaria ed identificabile.


Questo fino ad ora. Ma nelle intricate dinamiche mediorientali e nel difficile mosaico etnico e religioso dell’Iraq i vuoti di potere sono particolarmente veloci ad essere riempiti. L’Iraq è un Paese a maggioranza sciita che per decenni, sotto la dittatura del sunnita Saddam Hussein, ha visto allargarsi sempre di più un inconciliabile divario tra la maggioranza, insofferente del leader iracheno e la minoranza sunnita. Né è servita a molto la suddivisione dei ruoli chiavi nel governo tra Sciiti, Sunniti e Curdi dopo la caduta di Saddam.

Il rischio oggi è che sia proprio il “clero” sciita a rappresentare quel catalizzatore delle rivendicazioni sociali e politiche che non hanno avuto leadership in questi due mesi di proteste, specie dopo il trauma dell’IS a monopolio sunnita. Da Karbala, la Città Santa sciita del Paese, l’Ayatollah al Al-Systani di fatto si candida a guida, fin’ora solo spirituale, di una popolazione esasperata da anni di instabilità, miseria e guerra. Anni che fin della rivoluzione Ba’at negli anni ‘60 hanno visto forzosamente relegato il ruolo dei religiosi sciiti all'interno delle moschee e delle madrase e che oggi potrebbe rappresentarsi come un modello “valido” per una maggioranza disillusa delle istituzioni repubblicane. E in effetti il contesto politico dell’Iraq di oggi e dell’Iran del ‘79 potrebbe indurre a una facile similitudine nei destini dei due paesi:  anche nell'Iran pre-Komeinista le proteste anti-scia’ apparivano inizialmente in chiave “progressista” contro un sistema politico corrotto e prono ad interessi esterni. Di lì a poco l’Ayatollah Komeini, che dichiarava di non voler assumersi la leadership delle proteste tornò in Patria e progressivamente esautorò ogni altra forza “democratica”.


L’attuale contesto socio-economico dell’Iraq è per certi versi più “semplice” di quello iraniano di allora perché un discorso populistico-teocratico in chiave sciita possa attecchire: le proteste dell’Iraq di oggi non hanno una chiara matrice ideologica né una leadership con cui il clero sciita possa competere; la società civile irachena è decisamente meno compatta di quella dell’Iran degli anni ‘70 ed esce martoriata da anni di sanguinosi conflitti. Senza contare che al di là dell’aspetto religioso, l’Iran di oggi esercita un’influenza in tutto il Medio Oriente in maniera molto più efficace e diretta che in passato...E però proprio in questo punto sta forse la prima contro-prova di una presunta linearità tra il “caso iraniano” e il “caso iracheno”.  
Proprio la presenza iraniana, percepita come un’influenza straniera preponderante è stata una delle cause che hanno spinto la popolazione irachena in strada: non a caso edifici governativi e sedi di rappresentanza iraniani sono stati oggetto di attacco della folla e slogan contro l’Iran, accusato di interferire pesantemente negli affari interni iracheni sono stati scanditi. Inoltre, la particolare composizione demografica ed etnica del “Paese dei due Fiumi” non appare facilitare un’eventuale esperienza egemonica sciita: questa -ove mai si realizzasse- non riuscirebbe a tenere sotto controllo la componente sunnita senza ulteriori traumatici conflitti che rischierebbero di espandersi pericolosamente, ancora una volta, a livello regionale ed internazionale.


Purtroppo le “Primavere Arabe” che nel 2011 hanno lasciato sperare a una rinascita democratica nel mondo arabo, tranne che per rarissime eccezione (vedi la Tunisia) si sono in realtà tradotte in estenuanti conflitti intestini o in regimi ancora più dittatoriali dei precedenti...La particolare composizione etnica e religiosa, nonché la tormentata storia del Paese e le rivendicazioni indipendentiste dei Curdi del nord (che di fatto godono già di un’ampia autonomia) non sembrano incoraggiare un esito controllato e una risoluzione politica della crisi di governance di cui soffre l’Iraq oggi. Assisteremo a un riemergere nel Paese delle spinte confessionali e religiose come “riflusso” alle rivendicazioni di rinnovamento delle classe dirigenti o a un ulteriore sgretolarsi della polity irachena sotto la spinta interna dei vari gruppi etnici ed esterna degli attori regionali? Quel che è certo è che i prossimi mesi saranno decisivi per comprendere l’evolversi della crisi istituzionale irachena così come per chiarire una volta per tutte quale ruolo vorrà ritagliarsi l’autorità religiosa sciita.  

venerdì 17 novembre 2017

Letizia Battaglia's International Center of Photography opens in Palermo


Despite the heavy shower, yesterday Thursday 16th November 2017, an enthusiastic crowd crammed the entrance of Pavilion 17 at the Cultural Construction Sites of the Zisa, in Palermo – Sicily- for the grand opening of the International Center of Photography, conceived and realized by world-renowned photographer Letizia Battaglia.

The International Center marks a further step in the cultural and intellectual awakening of the city of Palermo, awarded by the status of Italian Cultural Capital in 2018.

The momentum of Palermo goes beyond the national boundaries, as the opening of the International Center attests. “Today a dream comes true” proudly states Letizia Battaglia “And we can say that nowadays one can be happy in Palermo. And I am happy here in Palermo”.

Letizia Battaglia has spent much of her energy in the last 5 years, against all odds, to realize what it can be considered as her most important heritage: a tribute of love for her city, the stage, the living theatre of Letizia’s life-long work.

Starting as chronicle photographer in the late 60s, Letizia Battaglia tracked the Sicilian Mafia crime-story for two decades, shooting the bloodiest moments of the Mafia wars. Politically and socially engaged, Letizia dedicates her energy for witnessing the conditions of the Palermo’s most deprived inhabitants: in her pictures it can be seen the contrast between the glimmering top society of the Sicilian Capital attending ceremonies and theatres’ premieres and the miserable conditions of poorest families in their shacks. In all of Letizia’s shootings one can detect the love and compassion she feels for her subjects, a feeling the she extends to embrace the entire city of Palermo.


The Center occupies a 600 m² warehouse in the Cultural Construction Sites of the Zisa: a former industrial area, in the Zisa neighborhood, whose demised premises is now owned by the municipality of Palermo and is used for artistic projects. Three are the temporary exhibitions opened yesterday: Photographers for Palermo, a collection of 150 pictures of Sicilian and Italian authors picturing Palermo and its inhabitants; I am person: story of immigrations and emigrations told by Italian Photographers, curated by Kitti Bolognesi, Giovanna Calvenzi e Marta Posani, whereby 35 Italian photographers trace the history of migration from the post-war to our days; the Leopard, a retrospective by English artist and filmmaker Isaak Julien, curated by Paolo Falcone.

The Center will not host Letizia Battaglia’s work, though. “At the age of 82 I don’t want to see my own pictures anymore for I am more interested in fostering and encouraging the work –not only of photography- of other artists” says Letizia, in her role of Art Director. A role-she underlines- that she fills for free.

The International Center of Photography- that will also hold the photography archive of the city of Palermo- will be indeed an incubator for new talents, thanks to the workshops and international projects that will be realized. The space will indeed host photographers coming from all over the word, from Mexico to China and will represent a landmark of cultural exchange. A pledge of love for photography and for Palermo, that makes the capital of Sicily more and more interesting for its cultural and artistic vibrant scene.

giovedì 12 gennaio 2017

524 years after expulsion decree the Jewish Community of Palermo has a Synagogue again

The date of 12th January marks a historical, ill-fated moment for the Jewish Community of Sicily: on that day, in 1493, all the Jews of the island were expelled as a result of the “Alhambra Decree” promulgated the year before by the Catholic Kings of Spain, Elisabeth and Ferdinand II, being Sicily part of Aragon kingdom. A long “exile into the exile”, as the Jewish Community of Sicily recalls it, that dramatically ended up at Auschwitz, where many Jews of Sicilian origins were sent to death.
Today, 524 years later, this same date takes a different, hopeful meaning for the Sicilian Jewry: in a moving and vibrant gathering set to commemorate the expulsion decree, the Archbishop of Palermo, Rev. Corrado Lorefice officially offered to the Jewish Community the use of a deconsecrated Church, Santa Maria del Sabato -set in what was the Jewish Neighborhood la Meschita- to be used as a Synagogue, the first in the city since 1493.


The event was lived with deep emotion by the representatives of the Jews of Palermo, in the persons of Rav Umberto Piperno and Mrs Evelyne Aouate, chairwoman of the ISSE (the Sicilian Institute of Jewish Studies, affiliated with Shavei Israel). Secular and religious authorities of the city of Palermo were also present to mark the event, with deputy-Major Mr. Emilio Arcuri;  the Bishop's delegate, Mons. Raffaele Mangano (Rev. Lorefice being busy in a visit to Jerusalem) and with the Imam of Palermo, Mr. Francesco Macaluso.
“A remarkable moment for us as Jews and for all the city of Palermo” as stated by Mrs. Evelyne Aouate.
“A historical event in the relations between Judaism and the Catholic Church” remarks Mrs. Noemi Di Segni, President of the Union of the Italian Jewish Communities (UCEI) “a turning point, much more meaningful as it comes in a Region -the South of Italy- which is living a momentum of cultural awakening”.

The chairman of Shavei Israel, Mr. Michael Freund, who also attended the ceremony, spoke of “reconciliation gesture between the Roman Church and the Jewish People, which heals a wound of 5 centuries”. 
The Jewish people of Sicily, whose presence dates back to the 590 B.C.E. lived an era of growth and prosperity in Sicily up until the Spanish Kingdom, when the community was calculated of about 25.000 people: Palermo had a significant number of families –with about 5000 individuals- and two Jewish neighborhoods -the Meschita and Guzzetta- laid in a large portion of the city area: a scattering of narrows streets, orchards, squares and gardens (scarcely visible today) that fostered the wonder of the then Palermo. The fall of the Kingdom of Sicily to the Spanish rulers, in 1409 marked the beginning of the decline for the Jewish presence in the island.

 After the expulsion edict, the Jewish communities swelled the ranks of the Sephardic Diaspora, although keeping their specific cultural features. Most of the Sicilian families escaped to the neighboring kingdom of Naples, waiting and hoping for better times to return home. However, that never happened, the order of expulsion being extended to Naples, too. The Sicilian Diaspora was then touching the lands of the Ottoman Empire, in what is today Greece and Turkey. But it was –as ironical as it could seem- in the Vatican Kingdom of Rome that most Sicilian Jews found shelter, forming the Scola Siciliana (the Sicilian Community) which was part of the five communities that then made up the Jewish presence in the Roman Ghetto.
A strong community, whose specific identity (for instance in the dietary customs as well as in the language) the “Sicilians” were able to keep alive throughout the entire “Roman Diaspora” against all odds (not only the daily discrimination but also, for instance, the pillage of the city by the German troops in 1527 that severally stroke the Jewish community) up until the terrible date of October 16th , 1943, with the Nazi deportation of the Jews of Rome.


Today, the Jewish communities in the south of Italy and in Sicily in particular are steadily emerging from their ashes. A decade ago, Rav Stefano Di Mauro, a US Rabbi of Italian origins, decided to return to the city of his ancestors, Syracuse, in order to revive the vibrant Jewish community that up to 1493 used to flourish in the Archimedes’s city. Few families, mainly of marrannos (Jewish who were forced to repudiate their religious identity assuming all the exterior costumes of their Christian fellow citizens) gathered again in celebrating the Shabbat and reading the scrolls of the Torah, thanks to the efforts of Rabbi Di Mauro. Today, with the restoration of a Synagogue in Palermo, the Jewish Community of the island celebrates a landmark date in its millennial heritage in the Capital of Sicily.