domenica 15 maggio 2016

EXPO 2015: una sfida vinta per l'agro-alimentare italiano?




Oggi, a oltre un anno di distanza dall’evento che ha segnato l’estate Italiana e che ha fatto di Milano il palcoscenico di un evento internazionale di grande importanza, sono forse maturi i tempi per un’analisi ponderata dei costi e dei benefici che l’Italia ha tratto dall’esperienza EXPO.

L’entusiasmo del pubblico è stato ribadito dagli oltre 19 milioni di visitatori (il numero dei biglietti venduti risulterebbe in realtà maggiore) che hanno sfidato caldo e file interminabili per ammirare i padiglioni dei vari paesi. E anche alla luce di questi dati, gli organizzatori e il governo hanno proclamato il successo dell’evento. Ma è stato davvero così?

Mettendo momentaneamente da parte il numero dei visitatori soddisfatti, è inevitabile che un evento di siffatta portata generasse e generi tutt’ora una forte polarizzazione tra l’opinione pubblica, sviluppando due fazioni distinte: i Pro-Expo ed i No-Expo.

I primi puntano sull’ elevata affluenza all’evento e sulla sua particolarità. Tramite il suo sito ufficiale, Expo ha evidenziato a più riprese l’importanza dei 21,5 milioni di biglietti strappati. Innegabile che Milano abbia beneficiato della sua organizzazione, seppur forse non si sia verificato quel boom nelle prenotazioni alberghiere che gli esercenti si aspettavano alla vigilia. Forte l’accento posto anche sulle opportunità occupazionali offerte dal semestre, specie per la fascia d’età giovanile (anche se molto si potrebbe dire sulle forme e sui contratti di questi lavori).
Diametralmente opposta la visione dei No-Expo. Prima ancora del suo avvio a causa dei procedimenti giudiziari che hanno riguardato alcune delle ditte nei cantieri di EXPO. Inoltre, anche la presenza di numerose multinazionali non è stata vista positivamente: Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni ed Enel i principali bersagli della critica.
Naturalmente non mancano le polemiche ex-post riguardanti i bilanci che credo, più o meno surrettiziamente, continueranno ad essere alimentati dai detrattori di Expo e del suo commissario, ora candidato a Sindaco di Milano, Giuseppe Sala.
Ma non è su questi aspetti che vorrei concentrarmi in questa sede, bensì vorrei analizzare le ricadute sulle piccole e medie imprese dell’agro-alimentare italiano cui pure l’ Esposizione Universale era dedicata. Riusciremo a raccogliere «l’eredità immateriale», come l’ha chiamata il Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, per affrontare le sfide globali legate ai temi della manifestazione? O più modestamente si è trattato di un momento di slancio del Made in Italy –in campo agro-alimentare- , di confronto con i principali competitors internazionali, di occasione per il rilancio delle tante piccole imprese che producono le eccellenze italiane del cibo. O neanche questo?


In questi mesi v’è stata una forte presenza del governo sul sito Expo, coi suoi Ministri e con lo stesso Presidente del Consiglio. Giustamente, se si pensa che il settore agricolo rappresenta per l’Italia il 27,9% del nostro PIL e che, nel periodo compreso tra il 2004 e il 2014, l’industria alimentare ha visto aumentare il valore del suo export del’83%, praticamente il doppio rispetto al totale dell’export italiano. Il Ministro Martina, vero padrone di casa dell’evento, ha effettivamente promosso diverse iniziative tese a rilanciare non solo l’immagine ma anche le potenzialità degli operatori agricoli italiani. Vorrei qui citare solo alcuni eventi che ritengo significativi in questo consesso.

Non è un caso che nel corso del semestre particolare interesse l’Italia abbia nutrito nei confronti dei cluster (gruppi di paesi raccolti attorno la produzione di un determinato prodotto) Cereali, Cacao e Caffè, prodotti di cui l’Italia è il principale importatore. Sappiamo come quasi 1/3 dei consumi agro-alimentari del nostro paese è coperto da beni di importazione (mentre poco meno di ¼ di beni AA viene esportata) , e questi riguardano principalmente i Cereali, Cacao, Caffè appunto. L’Interesse italiano verso questi paesi esportatori è stato corroborato da una serie di business to business che hanno riguardato non solo gli aspetti tecnici della produzione e della coltivazione, ma anche aspetti più propriamente commerciali, riunendo attorno a un tavolo produttori locali ed importatori, agricoltori locali e nostrani consentendo in questo modo una condivisione di know-how, su cui il nostro Paese ha effettivamente un valore aggiunto rispetto appunto agli altri concorrenti del settore.

Significativo per l’attenzione posta sulla competitività delle nostre piccole e medie imprese è stato il forum che ha riguardato le regioni italiane e l’Unione Europea incentrato sul Programma di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020:  uno straordinario strumento di incentivi e finanziamenti, che se ben sfruttato rappresenterebbe un efficace stimolo alla competitività del nostro settore agricolo. E tuttavia, proprio sull’accesso a queste risorse pesa uno dei limiti strutturali del nostro paese, e cioè la dimensione ridotta della maggioranza delle nostre imprese. Tra i soggetti sussidiati, 700 grandi aziende agricole ricevono il 15% del totale dei contributi europei. L'8% degli agricoltori italiani ricevono il 50% dei sussidi. L’80% delle aziende italiane non supera i 5 ettari (dati ISTAT). Un problema a mio avviso fondamentale che frena di molto le capacità espansive del nostro Export specie se messo di fronte e competitors molto più grandi e industrializzati come quelli dei nuovi mercati dell’Asia. Su questo aspetto le proposte elaborate sono state diverse, declinate secondo le esigenze dei vari attori regionali -ora  non entro nel merito- ma mi sembra opportuno segnalare l’impegno del governo italiano a farsi da garante per rinegoziare la soglia (verso il basso) di accesso per le imprese ai fondo del PSR e dall'altro di facilitare la creazione di un polo logistico che accentri la produzione, senza con questo andare a discapito delle specificità e della qualità che fanno forte il nostro tessuto produttivo. Se mi pare alquanto improbabile l’esito del governo italiano nel rinegoziare quanto già pattuito con la Commissione Europea, più interessante è stato l’impegno del Ministro Martina a provvedere a ulteriori stanziamenti da investire sul settore agricolo.  In questo senso va segnalato positivamente il Protocollo d’Intesa tra Ministero dell’Agricoltura e Intesa San Paolo, annunciato ad EXPO e recentemente realizzato per l’attivazione di un plafond di investimenti dedicato da 6 miliardi di euro in tre anni per il finanziamento di imprese e filiere produttive oltre a servizi finanziari ad hoc per le esigenze dell'attività agroalimentare. 

In terzo luogo, altro importante segno lasciato da quest’ EXPO è stato il rinnovato impegno alla lotta contro la contraffazione e l’Italian Sounding, cioè l’imitazione di un prodotto, di una denominazione o di un marchio attraverso il richiamo alla sua presunta italianità.  (La «Mortadela Siciliana» in Argentina la «Provoleta» toscana. E poi c’è il «Parmesan» australiano, con la garanzia «perfect italiano» sulla confezione). Chi ha visitato EXPO forse ricorderà come al padiglione Coldiretti fu allestita una curiosa mostra con tutti quei prodotti finti-italiani che ahimè ricoprono buona parte degli scaffali soprattutto in America e non solo. L’impatto della contraffazione e dell’Italian Sounding -  cresciuto quest’ultimo del +180% negli ultimi 10 anni-  è pari a 60 miliardi di euro, circa la metà del fatturato totale del prodotto dell’industria alimentare italiana (132 miliardi di euro). Due simposi sono stati organizzati durante l’EXPO, sia dentro che fuori il centro espositivo, e sono state elaborate ad hoc delle iniziative tese a sensibilizzare quei Paesi in cui ancora le misure di controllo e di repressione si dimostrano alquanto “lasche”. Inoltre, un “pacchetto di proposte” di lotta alla contraffazione sono state presente in occasione dei diversi consigli informali dei ministri dell’agricoltura tenutisi proprio sul sito espositivo. Proposte che vanno da nuovi accordi commerciali tesi alla salvaguardia del marchio Made in Italy, fino a campagne di comunicazione e il rafforzamento della difesa della proprietà industriale e intellettuale. Queste misure basteranno? Sarebbe già positivo che venissero implementate e messe in atto, ma già di per sé il fatto che se ne sia discusso in un contesto così appropriato come EXPO e con un uditorio così vasto e interessato al fenomeno è senz'altro un importante passo avanti.

Allo stesso modo promettenti si sono rivelati tutta una serie di incontri bilaterali succedutisi nel corso del semestre, in occasione dei National days di ogni paese (praticamente uno al giorno): particolarmente importanti, dal nostro punto di vista, sono sati gli incontri tra la delegazione italiana e quella russa ( per il rilancio degli cambi commerciali dopo una serie di nefaste misure di boicottaggio alla Russia che ha finito paradossalmente per penalizzare il nostro paese) e quella con gli USA a seguito del prossimo Trattato di Scambio Transatlantico (il TTIP) che cela, tra le importanti opportunità, anche una serie di potenziali rischi per il nostro mercato nazionale. Tutti temi dibattuti tra il nostro Ministro Martina e la controparte USA proprio a EXPO.


In conclusione, credo che EXPO abbia senza dubbio rappresentato un fondamentale foro di dibattito sui temi dell’agro-alimentare.  Al di là dei toni trionfalistici e dal valore taumaturgico attribuito a EXPO per il rilancio dell’Italia nel mondo, resto convinto che proprio sul settore agro-alimentare questi sei mesi abbiano effettivamente giocato un importante ruolo di rilancio per il Made in Italy  a tutto vantaggio delle piccole e medie imprese che, pur tra le tante difficoltà, tra concorrenza più o meno sleale, contribuiscono alla prima voce  del nostro PIL e che fanno da apri-pista dell’eccellenza italiana nel mondo. Spetta adesso alla politica far sì che il “capitale immateriale” di EXPO (per citare il Ministro Martina) venga investito appieno in Italia e all’estero. E soprattutto che gli impegni dichiarati dal nostro governo in questi sei mesi per il rilancio del settore vengano confermati e  onorati.

mercoledì 1 aprile 2015

La quarta volta del Sig. Netanyahu



Chi ha memoria storica non potrà fare a meno di comparare l’atmosfera di queste ultime elezioni israeliane con quelle del 1996 che inaugurarono la fortunata serie (ben 4) di premiership per un semi-sconosciuto Benjamin Netanyahu.  Allora -era il 29 Maggio- Israele andò a dormire con la convinzione che Shimon Peres sarebbe stato il prossimo Primo Ministro per poi svegliarsi con la sorpresa dell’elezione del giovane e agguerrito capo del Likud.
Anche la notte del 17 Marzo scorso gli exit polls davano un seppur risicato vantaggio al duo Livni-Herzog del “Blocco Sionista”, una colazione di centro-sinistra alternativa al Likud e alla compagine di centro-destra che ha governato Israele negli ultimi 6 anni.  Ma il 18 mattina i risultati erano già definitivi: il Likud otteneva 30 seggi (1 in meno di due anni fa) mentre il Blocco Sionista 24. Sebbene Netanyahu non abbia ottenuto il risultato plebiscitario che sperava- e cha l’aveva indotto ad proclamare le elezioni anticipate- può rincuorarsi di una salda presa sul potere e sull’agenda politica Israeliani.


Non si sono realizzate le condizioni di una svolta tanto sperata da quanti vedevano nella premiership di Netanyahu un fattore di stallo per Israele, tanto sul fronte interno che su quello internazionale.  Non che l’opposizione al Likud in questi anni abbia brillato per lungimiranza politica o per compattezza programmatica. La Sinistra in quanto tale è ben poca cosa in Israele, rappresentata effettivamente da un partito –il Meretz, dal pur glorioso passato, legato soprattutto all’auge degli accordi di Oslo- ma oggi ridotto al lumicino (con appena 5 seggi).
Il Partito Laburista sconta tutt’ora una profonda crisi d’identità frutto dei profondi mutamenti genetici occorsi nell’elettorato –e nella popolazione d’Israele- a partire dagli  anni novanta. Da quando cioè l’afflusso di oltre un milione e mezzo  di nuovi olim (migranti) dalle repubbliche ex-sovietiche ha spostato l’asse dell’elettorato su un campo politico poco o per niente ideologizzato, tendenzialmente favorevole agli insediamenti nelle colonie e per nulla sensibile al fascino del grande ethos nazionale di cui fino ad allora  era depositaria la  leadership laburista di origine askenazita.  Né è stato determinante il prestigio del suo nuovo, giovane leader – Isaac Herzog- che, di fatti, ha ritenuto necessario un apparentamento con l’ex-ministro della Giustizia Tzipi Livni, fondatrice di un suo proprio partito- Hatnuah. Il Partito Laburista ha puntato la campagna elettorale su un  tema di fondamentale importanza per lo Stato ebraico: cioè il crescente squilibrio sociale tra ricchi e poveri e sull’eccessivo costo della vita.
Sebbene sia uscito pressoché illeso dalla crisi bancaria ed economica del 2008, confermandosi uno straordinario hub di innovazione tecnologica e di stabilità finanziaria, Israele è uno dei paesi in cui maggiore è il disequilibrio nella distribuzione del reddito tra i paesi industrializzati. Come dimostrano i dati prodotti dal Luxembourg Income Studies (che compara i dati micro-economici e di reddito tra diversi paesi) il numero di coloro che vivono al di sotto del reddito nazionale medio è più che raddoppiato in dieci anni (dal 10,2% nel 1992 al 20,5% nel 2002) mentre, come ricordava il columnist New York Times Paul Krugman, sono circa 20 le famiglie israeliane le cui aziende detengono la metà del valore totale delle azioni quotate in borsa. Quest’oligarchia economica è soprattutto frutto di quel processo di liberalizzazioni, fortemente voluto dal Likud e dal suo ministro dell’economia -proprio Netanyahu- che, nei primi anni del 2000, affermava di  voler fare di Israele una sorta di “Dubai del mediterraneo”. In parte riuscendoci, il modello di sviluppo Israeliano non ha tenuto tuttavia conto dei forti costi sociali difficili da digerire per una società dalla forte vocazione egualitaria (dopotutto il modello del Kibbutz di ispirazione socialista rimane uno dei totem del Sionismo del 3 millennio).  Un tale squilibrio ha portato, nell’estate del 2011 a forti proteste di piazza che hanno scosso molto l’opinione pubblica e chiamato a raccolta i partiti di centro-sinistra per analizzare e riformulare sulla base delle nuove rivendicazioni la loro agenda politica. 


In tutto questo, Benjamin Netanyahu è stato molto abile a sfruttare a proprio vantaggio le preoccupazioni suscitate in patria dalle grandi crisi regionali (il nucleare iraniano; la crisi siriana; l’avanzata dell’IS) per offuscare l’impatto degli squilibri economici. In questo modo si è proposto al suo elettorato come l’uomo forte in grado di difendere Israele dalle minacce-reali o presunte- di un vicinato ostile. Una posizione espressa dal più alto podio della politica americana (il Congresso) in cui Netanyahu - a detta di molti osservatori- ha esacerbato di molto i rapporti con l’amministrazione democratica americana pur di ribadire, ad uso e  consumo dell’elettorato israeliano ( e forse puntando su una prossima sconfitta dei democratici alle presidenziali del 2016) la sua avversione ai negoziati sul nucleare iraniano. Una sorta di amara ironia per chi era riuscito, nelle precedenti tornate elettorali, a imporsi sui temi della crescita e dello sviluppo economici a scapito degli altrettanto urgenti problemi internazionali: primo fra tutti la pace con i Palestinesi.
Su questo fronte, l’unica autorevole voce nel panorama politico israeliano che ancora ribadisce l’urgenza di riprendere il dialogo con l’ANP appare quella di Tzipi Livni, che proprio su questo dossier, in disaccordo con governo, ne era fuoriuscita nel Dicembre dello scorso anno.  Che il processo di pace non rappresenti per Netanyahu una priorità politica non è mai stato un mistero. Eppure, almeno a parole il falco del Likud -che sulla questione del disimpegno da Gaza nel 2005 aveva provocato una crisi di governo con l’allora Primo Ministro Ariel Sharon (che invece quel ritiro aveva fortemente voluto) – nel 2009 aveva stupito il mondo con il suo famoso discorso all’Università Bar Ilan in cui si diceva pronto a lavorare per la nascita di uno Stato Palestinese, secondo lo spirito dei “due stati per due popoli”. Ovviamente, ciò non ha impedito il moltiplicarsi delle costruzioni nelle colonie e i negoziati di pace, riaperti nel 2013 sotto i buoni uffici del Segretario di Stato americano John Kerry sono da allora in un binario morto…  

Non stupisce dunque che, nel tentativo di erodere la soglia sempre più sottile che lo separava dal Blocco Sionista, Netanyahu si sia spinto a dichiarare che, con lui Primo Ministro, uno Stato Palestinese non vedrebbe mai la luce. Oggi, ad elezione riconfermata, Netanyahu è tornato su quell’esternazione, riformulandola in chiave più possibilista. E tuttavia, se così non fosse dovremmo registrare un drammatico cambiamento di paradigma nell’approccio al processo di pace: se fino a qualche mese fa il Likud vedeva nell’allora Presidente Peres, un autorevole argine alle derive anti-negoziali del primo Ministro, oggi entrambe le guide monocratiche dello stato (il Presidente d’Israele Reuven Rivlin e il Primo Minsitro Netanyahu) sarebbero dichiaratamente per una soluzione uni-nazionale al problema palestinese.  Una soluzione rischiosissima che farebbe espoldere la contraddizione di uno Stato Ebraico e democratico che avalla a sé il governo dei palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza. Un tale scenario non farebbe che spingere sempre più la leadership palestinese ad intraprendere la strada unilaterale dell’ONU e della Corte Penale Internazionale (cui già nel prossimo Novembre, a detta del negoziatore palestinese Muhammed Erekat si vorrebbe trascinare Israele per crimini di guerra). Inoltre ciò rappresenterebbe gioco-facile per i movimenti di boicottaggio di Israele e  contribuirebbe a isolare ulteriormente lo Stato ebraico sulla scena internazionale.
E’ probabile che, dismessi i toni accesi della campagna elettorale, nel governo israeliano -qualunque forma esso assumerà- si tornerà a parlare con il linguaggio del pragmatismo. Specie se, come già lasciato trapelare dall’amministrazione Obama, l’America eserciterà con maggiore incisività le sue capacità di persuasione sull’ormai scomodo alleato Mediorientale. E tuttavia è un fatto che oggi Netanyahu sponsorizzi gli strati più oltranzisti della società israeliana, dai coloni ai gruppi religiosi, a cui il primo Ministro deve la sua quarta rielezione e che difficilmente si lasceranno persuadere dal linguaggio della realpolitik.  Un dilemma per uscire dal quale Netanyahu dovrà ancora una volta dare prova di tutta la sua scaltrezza. 

domenica 15 marzo 2015

Unioni Civili: verso una Primavera dei Diritti? Intervista al Sen. Sergio Lo Giudice

Il tema delle Unioni Civili in Italia è in questi giorni tornato di stretta attualità: vuoi perché, in materia, si allarga sempre di più lo “spread” di civiltà tra noi e il resto dell’Europa, vuoi perché il Premier Renzi ha indicato nelle Unioni Civili una delle priorità del governo. E in effetti, è in dirittura d’arrivo, in commissione giustizia del Senato, l’iter di un disegno di legge (relatrice, Sen. Monica Cirinnà –PD) che dovrebbe approdare in aula (sempre del Senato) già in Primavera. Il DDL Cirinnà dovrebbe finalmente colmare il gap legale, giuridico e politico che ha impedito all’Italia di dotarsi di una legislazione moderna in ambito di diritti civili. Ne abbiamo discusso assieme al Sen. Sergio Lo Giudice (PD), storico esponente di Arcigay e da sempre impegnato nelle battaglie per i diritti della comunità LGBTI.



E’ notizia della settimana scorsa che il parlamento sloveno ha esteso le prerogative matrimoniali anche alle coppie dello stesso sesso, aprendo il via, di fatto al matrimonio omosessuale in quel paese. E’ il 14° paese in Europa ad aver intrapreso questo passo. E sono 21 (su 28) i paesi  membri dell’UE in cui esiste una legislazione che riconosce e tutela anche le coppie omosessuali. E in Italia?

In Italia purtroppo si sta scegliendo di non perseguire quella strada che appunto è stata intrapresa da gran parte dei paesi europei, cioè l’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso… Si è invece scelto un istituto giuridico aggiuntivo come quello delle unioni civili presente oramai in pochissimi paesi europei come la Germania -per cui si parla di modello tedesco (e qui apro una parentesi: in Germania non c’è il matrimonio perché da molti anni non vince il centro-sinistra; ma l’SPD avrebbe nel suo programma di governo il matrimonio gay). Noi stiamo discutendo in commissione giustizia del Senato una proposta che appunto istituisce un nuovo istituto giuridico, quello delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Si tratta del ddl Cirinnà, in cosa consiste?

Il testo base Cirinnà è la sintesi di una quindicina di proposte di legge differenti - purtroppo non la mia: io avevo presentato una proposta di estensione del matrimonio civile alle coppie omosessuali. Di fatto riprende quella che è la legge tedesca  (non nella sua prima, originaria formulazione, cambiata  più volte sia dalla Corte di Giustizia Europea sia dalla Corte Costituzionale Tedesca) che estende tutti i diritti previsti dal matrimonio anche alle unioni civili, con un’unica eccezione: le adozioni. Prevede però la possibilità del riconoscimento del secondo genitore, cioè dell’adozione del figlio del partner nel caso appunto di coppie dello stesso sesso che abbiano costituito una famiglia omogenitoriale, quindi che vivono con dei bambini.

La cosiddetta Stepchild Adoption

Sì, anche se noi preferiamo chiamarla riconoscimento della responsabilità genitoriale: riconoscimento del secondo genitore, che così com’è inquadrata nel nostro ordinamento attuale sarebbe tecnicamente un’adozione in casi particolari. Si tratta di riconoscere una genitorialità che è nei fatti.

Quali sono i tempi per l’iter della legge?

Siamo già in fase avanzata di discussione in commissione giustizia del Senato, dove abbiamo concluso un ciclo di audizioni conoscitive a seguito delle quali  la proposta sarà oggetto di alcune piccole modifiche tecniche che saranno depositate in commissione giovedì prossimo (19 Marzo). Quindi saremmo pronti entro Aprile a consegnare al Senato una proposta già discussa ed emendata, pronta per la fase d’aula che naturalmente prevederà una nuova discussione e una nuova fase di emendamenti. Da lì il voto dei senatori per poi approdare alla Camera dei Deputati per l’approvazione, speriamo definitiva.



Altrove, il tema delle unioni civili rappresenta spesso un ambito di convergenza bi-partisan, dove destra e sinistra a volte si contendono lo status di difensori dei diritti civili. Perché in Italia c’è tutt’ora una forte polarizzazione ideologica sul tema dei diritti LGBTI?

In Italia scontiamo un arretramento della discussione pubblica su questi temi -per altro trasversale alle forze politiche- che è all’origine del nostro ritardo. E’ vero che, se da un lato si assiste a una polarizzazione che in una certa misura si è vista pure in altri paesi europei -penso alla Francia e alla Spagna- è anche vero che ci sono interessanti aperture da parte, ad esempio, di alcuni settori più laici di Forza Italia. Così come, non dobbiamo nasconderci, ci sono delle resistenze culturali e ideologiche anche nell’alveo del centrosinistra. Quindi si tratterà di costruire una maggioranza parlamentare che al di là delle maggioranze che sostengono il governo – e io dico anche al di la  delle singole appartenenze di partito- possa recepire un’istanza di diritto che proviene dalla società.

Tu credi che anche il mondo cattolico stia attraversando una  fase di cambiamento –sto pensando per esempio a certe posizioni che da alcuni vengono considerate progressiste dello stesso Pontefice, su questo ed altri temi….

Quando si parla di mondo cattolico si parla di una realtà veramente molto composita. All’interno del Parlamento ci sono cattolici molto ben disposti sul tema dei diritti civili - alcuni addirittura pronti a concedere la piena equiparazione o l’estensione del matrimonio pure alle coppie dello stesso sesso…  Ci sono poi altri che hanno posizioni più timorose e più prudenti. In particolare il nostro problema in questo senso è che abbiamo un partito –come il Nuovo Centro Destra (NCD)- che raccoglie quella fascia, quell’area del mondo cattolico che oggi si trova in rotta di collisione con le innovazioni portate avanti da Papa Francesco . Penso a tutto il mondo di Comunione e Liberazione (che di fatto rappresenta una delle anime forti del NCD) che è presente sia all’interno delle dinamiche vaticane sia nelle dinamiche sociali e che rappresenta un’opposizione, una conservazione rispetto le aperture di Papa Francesco. Aperture che evidentemente non sono tali sul piano dottrinale: si tratta di un maggiore spirito di accettazione, di apertura, di tolleranza, a cui però i vari Alfano, Giovanardi, Formigoni, Lupi sono del tutto estranei.

Non solo tra i banchi del Parlamento. Recentemente il Cardinal Bagnasco si è scagliato contro dei volumetti pubblicati in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Anti-Discriminazioni Razziali e proposti ad alcune scuole nell’ambito del progetto “Educare alla diversità nelle scuole”, in cui si parla –tra l’altro- di la lotta al bullismo omofobico..

Anche in questo caso faccio fatica a usare il termine cattolico, che rappresenta un contenitore molto più ampio di quello che sono le frange di estremisti che stanno portando avanti queste battaglie. Noi abbiamo avuto in audizione sulle unioni civili (le audizioni in commissione giustizia Senato sul ddl Cirinnà, n.d.a.) una passerella di associazioni pesantemente omofobe, pesantemente tradizionaliste, fortemente integraliste (dai comitati per il sì alla famiglia, alle sentinelle in piedi, ai giuristi per la vita). Sono le stesse organizzazioni che animano i presidi di piazza contro la legge anti-omofobia, concepita come parte della battaglia contro quella che loro chiamano l’ideologia del gender: una costruzione ideologica a loro uso e consumo. Si tratta (la c.d. ideologia del gender) di un “contenitore” che loro hanno presentato come il peggiore dei mali, mettendovi dentro l’argomento della differenza di genere posto e costruito dal movimento femminista; la questione del rispetto dei diversi orientamenti sessuali -e quindi gli interventi nelle scuole per  ridurre il pregiudizio, l’omofobia, la stigmatizzazione sociale-; il tema del “transgenderismo”, e quindi del cambio di sesso e di appartenenza al nuovo genere… temi che sembravano acquisiti. Basti pensare che il cambio di sesso -e quindi un percorso fondato sul principio che può non esistere un’aderenza fra il sesso biologico e il genere a cui ci si sente di appartenere- è una legge del 1982 votata durante un periodo di governo della Democrazia Cristiana. Oggi c’è una fortissima reazione su questi temi -che io penso sia minoritaria nel paese –ma che  nell’attuale complicata situazione politica si trasforma in un potere di interdizione del NCD nel rallentare, tra l’altro, l’attuazione della strategia LGBTI, cioè a dire un preciso percorso di interventi, anche all’interno delle scuole, su cui il governo italiano ha assunto degli impegni europei.



A proposito di questa strategia…Dal 2013 il governo ha varato una strategia nazionale per laprevenzione e il contrasto delle discriminazioni basatesull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, adottato sotto l’impulso del Consiglio d’Europa. Ma a parte qualche pubblicità progresso non vedo come questa strategia si sia trasformata in qualcosa di più efficace...

In Senato abbiamo fatto notare una serie di carenze al governo, sollecitandolo anche con delle interrogazioni parlamentari. La prima  è che negli accordi di programma tra il governo italiano e l’Unione Europea in merito all’utilizzo dei fondi strutturali sono scomparse le voci che prevedevano il finanziamento di campagne legate al contrasto delle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e di genere. Ci è stato risposto che al di là  delle articolazioni tecniche dei progetti e alle relative richieste di finanziamenti il  governo intende intervenire su questo fronte. Abbiamo fatto notare i ritardi che ci sono nell’attuazione della strategia LGBTI nella scuola come il blocco dei volumetti prodotti dall’Istituto Beck, la sospensione e poi la modificazione dell’attività di formazione rivolta ai dirigenti apicali del ministero…la strategia sta andando avanti: l’UNAR (Ufficio Nazionale anti-Discriminazioni Razziali) che ha il compito di gestirla ci sta lavorando. Il governo su questo tema non è fermo ma sta andando molto lentamente. Insieme a un gruppo di Senatori, non solo del PD, stiamo continuando a chiedere al Premier Renzi di istituire un Ministro delle Pari Opportunità, visto che questo dicastero non ha un titolare. Ci si augura che magari su impulso della discussione sulle unioni civili rinasca una dinamicità anche su questi temi che invece hanno avuto un forte rallentamento.

Spesso la giurisprudenza italiana si è dimostrata più avanti della politica stessa, in alcuni casi riempiendo un vacuum legislativo (penso alla pronunciazione della Corte Costituzionale sul non annullamento del matrimonio quando uno dei sue sposi ha cambiato sesso) e sollecitando il Parlamento a interventi normativi ( la sentenza della Corte di Cassazione – 4184 del Marzo 2012 per cui i diritti di coppie omosessuali devono essere omologati a quelle delle coppie sposate, sollecitando il parlamento a colmare al più presto tale lacuna).

Quando ci si lamenta, da parte politica, di un’invasione di campo della magistratura non si tiene conto che la giurisprudenza non ammette vuoti. Per cui se su un punto specifico non c’è una norma organica la sentenza va fatta a partire dalle norme che ci sono. Dato che oggi le norme non sono più solo quelle italiane ma anche quelle di diritto comunitario (direttive europee, sentenze della corte di giustizia europea) ecco che allora la politica italiana si trova di fronte a delle sentenze impreviste. E’ stata imprevista la sentenza della Corte di Cassazione che chiedeva appunto una legge sulle unioni civili; è stata imprevista la sentenza 170/2014 che ha dichiarato incostituzionale la legge sul cambio di sesso laddove impone lo scioglimento del matrimonio; è stata imprevista la sentenza del Tribunale dei minori del luglio scorso 2014 di Roma che ha riconosciuto la doppia genitorialità di una coppia lesbica nei confronti di una bambina e via dicendo. Ma sono tutti temi su cui o il parlamento legifera oppure comunque  delle decisioni devono essere prese al più presto… Sta ora al Parlamento decidere di dare a queste istanze una regolamentazione normativa. Con la proposta di legge sulle unioni civili c’è l’intenzione di dare una risposta chiara laddove il potere legislativo è stato richiamato. Si risponderà così alla Corte di Cassazione attraverso l’adozione di una legge sulle unioni civili;  alla Corte Costituzionale, per ciò che attiene la questione del divorzio precedentemente imposto alle coppie transgender -prevedendo che il matrimonio tra persone di cui una abbia cambiato sesso venga trasformata in unione civile.  Verrà affrontato il tema della trascrizione dei matrimoni contratti all'estero attraverso il recepimento di queste come unioni civili, applicando a quei matrimoni i diritti e i doveri previsti per le unioni civili nel nostro paese. Si risponderà altresì alla questione dell’omogenitorialità, prevedendo il riconoscimento del secondo genitore. Credo ci sia la consapevolezza da parte del parlamento che o si approva una legge organica oppure si prende quello che le sentenze stabiliscono. Da un certo punto di vista le corti hanno rappresentato un avanzamento sul tema dei diritti. Credo però sia doveroso che il Parlamento renda organiche queste riforme anche per dare certezza e uniformità al diritto dalla Val d’Aosta alla Sicilia, a tutte le italiane e gli italiani.



Parlando di un’altra importante legge tutt’ora in discussione in Parlamento, quella contro l’omofobia, molto invocata e molto dibattuta- si ha la sensazione che la montagna abbia partorito un topolino. La legge Scalfarotto è stata infatti molto emendata e non persegue quelle condotte intraprese da parte di organizzazioni religiose/politiche e associative. Non pensi che questa legge, se approvata così com’è, verrà  svuotata della sua efficacia?

E’ una legge che si trova in questo momento in una situazione un po’ “sfortunata”, nel senso che sarebbe un’ottima legge se non fosse per quell’articolo 3bis che sancisce una sorta di eccezione per le organizzazioni religiose. Questo articolo mirava ad affrontare il tema delicatissimo del rapporto tra la repressione dei crimini di odio e la tutela della libertà di espressione attraverso delle deroghe per chi sta nelle organizzazioni: un modo irrazionale che rischia di minare l’impianto dell’intera legge. Quella legge, approvata da una risicata maggioranza alla camera è arrivata in Senato e in questo momento il testo non ha nessuna maggioranza.  Nel senso che così com'è una tale legge non sarebbe approvata né da una maggioranza parlamentare progressista (per esempio PD, SEL, M5S) a causa di quell’articolo 3 bis, né da una maggioranza di centro-destra giacché NCD e FI non lo hanno votato nemmeno alla Camera. Di fatto è in questo momento “parcheggiata” in attesa anche che si affronti il tema che intanto è arrivato in dirittura di arrivo che è quello delle Unioni Civili. Io mi auguro che noi possiamo approvare entro la primavera qui in Senato la legge sule unioni civili, licenziarla per la Camera dei Deputati e riprendere subito in mano la legge sull’omofobia, modificando quello che c’è da modificare per poi mandarla in aula per l’approvazione.

Questo però non sembra presagire bene per la legge sulle Unioni Civili se già per quella sull’omofobia ci sono state tanti e tali resistenze in sede di votazione…

 Sicuramente è così, però sia sulle unioni civili che anche sull’omofobia una maggioranza trasversale in aula c’è. Quel testo (quello sull’omofobia) non è arrivato ancora in aula; se vi arrivasse -attraverso le opportune modifiche- una maggioranza la troverebbe. Così come io sono convinto che si sarà una maggioranza disponibile ad approvare un testo sulle unioni civili come noi le stiamo pensando, cioè un istituto alternativo al matrimonio, che si distingua da quest’ultimo solo per la diversità dell’Istituto, per il nome e per la mancanza della cosiddetta adozione legittimante, cioè la possibilità di adottare dei bambini estranei alla famiglia.

Il 9 Marzo scorso il Tar del Lazio ha ribadito quanto molti già sapevano: cioè che la decisione imposta dal Ministro Alfano ai prefetti di cancellare il registro dei matrimoni gay contratti all’estero e voluto da alcuni sindaci Italiani, è un atto illegittimo. Come pensi che continuerà questo braccio di ferro tra il Ministero degli Interni e i sindaci italiani…

Io credo che Alfano continuerà per quanto possibile a portare avanti la sua crociata anti-gay anche perché il suo partito è in forte crisi, non è riuscito a sfondare, si ferma nei sondaggi attorno e a volte sotto al 3% . Alfano sta quindi puntando tutto su uno zoccolo duro di elettorato che è quello di cui parlavamo prima, cioè un elettorato catto-integralista che riconosce in quel partito la difesa di una serie di valori tradizionali. C’è però di buono che, rispetto alla questione delle unioni civili , sia Alfano che Sacconi hanno chiarito un passaggio: non interessa loro trovare una sintesi tra forze di governo, quindi una mediazione col PD, ad esempio, per una legge che possa in qualche modo andar bene a tutti. Ciò sarebbe stato infatti uno scenario da incubo, nel senso che una mediazione col NCD avrebbe significato un abbattimento del livello della discussione sui diritti compresi nell’istituto di cui stiamo parlando. Loro hanno detto che accettano il fatto che su questi temi non ci sia vincolo di maggioranza o di governo e che i partiti possano liberamente decidere le loro posizioni e votare liberamente in aula. Questo libera anche il PD da un vincolo di maggioranza e ci consente di trovare delle maggioranze direttamente in aula.

Credi che ci saranno altri sindaci che seguiranno le orme di quelli di Milano, Roma, Bologna (per citare gli ultimi)  istituendo dei registri delle unioni civili ?

Forse sì: è vero che il grosso delle coppie che si sono sposate all’estero ha già presentato domanda ai comuni e quasi tutti hanno trovato un atteggiamento favorevole da parte dei sindaci. Sono dei segnali di notevole apertura da parte delle amministrazioni che le hanno adottate e riflettono una più generale apertura della società di oggi verso temi importanti come quello dei matrimoni omosessuali…Si tratta di iniziative che adesso debbono trovare uno sbocco finale in una legge e mi auguro che le prossime novità positive non provengano dai comuni o dai tribunali ma dalle aule del parlamento.



                                               fonte Mappa: Corriere della Sera










lunedì 9 giugno 2014

L'Europa dei Leaders e quella dei Cittadini






Ad appena due settimane dagli esiti del voto europeo, che ha visto la netta affermazione del Partito Democratico nel nostro paese così come l’avanzata della destra xenofoba ed anti-europeista in importanti paesi dalla solida fede democratica (ed europeista), già si profilano due modelli -nettamente contrastanti-dell’Unione che sarà a partire da questa legislatura. Parlo di due modelli, anche se in effetti sarebbe più appropriato parlare di tre, se ci si attiene alle macro-tendenze politiche rappresentate nell’emiciclo del Parlamento di Strasburgo/Bruxelles: da un lato abbiamo il gruppo della destra conservatrice e dei Popolari che predilige il  metodo intergovernativo e che trova la sua espressione economica nel fiscal compact e nel rigore “alla tedesca”: questo è il gruppo emerso come maggioritario dalle urne il 25 Maggio; poi abbiamo un vasto blocco, che va dai Socialisti ai Liberali alla Sinistra europeista che vorrebbe una riforma in senso maggiormente democratico dell’intero impianto istituzionale dell’Unione e reclama politiche economiche di crescita svincolate dal debito pubblico. Infine abbiamo un eterogeneo blocco di partiti anti-europeisti, spesso populisti e xenofobi che si prefiggono il ritorno alle prerogative nazionali (nazionaliste?), la revisione dei trattati di Schengen, la fuoriuscita dall’Euro. Per quanto questa minoranza conti per circa un quarto del nuovo Parlamento – e rappresentino forze significative in paesi come la Francia e la Gran Bretagna – credo che il dibattito politico, economico e istituzionale rimarrà appannaggio dei primi due modelli che insieme rappresentano la vasta maggioranza dell’assemblea. 

Lo spunto per comprendere la drammaticità del dibattito è offerto dalla fase di transizione che l’Unione sta attraversando, con il rinnovo dei suoi organi monocratici quali la Commissione e il Consiglio. Sulla pressante richiesta di maggiore rappresentatività si decise, con il Trattato di Lisbona del 2007, che il Parlamento Europeo avrebbe avuto l’ultima parola sulla scelta della Commissione e del suo Presidente: certo, i governi potevano ancora proporre un “loro” candidato, ma questi doveva essere espressione della maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni europee. Così, ancor prima delle sedute del Consiglio Europeo post-elettorale, si sapeva che il Gruppo dei Socialisti e dei Democratici avrebbe proposto Martin Schulz mentre i Popolari avevano l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Junker. Ed è proprio questi che dovrebbe essere indicato dal Consiglio al Parlamento per la guida delle Commissione, essendo i Popolari maggioranza in Parlamento -seppur di stretta misura. Ma qui emerge il vecchio vizio e paradosso del metodo intergovernativo: il leader conservatore britannico Cameron, uscito sconfitto dalle urne che hanno invece premiato il partito anti-europeista dell’Ukip, pone il veto proprio a Junker –ricordiamolo, conservatore anche lui- accusato di … eccessivo europeismo. Le manovre e i negoziati in corso, che si preannunciano molto lunghi in quanto riguardano sia il Consiglio Europeo ( e quindi i capi di stato e di governo che proveranno a formulare un altro nome o a trovare altri e precari equilibri) sia il Parlamento stesso (con Schulz che tenta di ottenere una maggioranza “trasversale”) se da un lato sono indicatori di uno stato di confusione e di ipocrisia politica -specie della destra conservatrice- dall’altro incarnano lo scontro sul modello di governance europea. 


Sul primo punto, appare evidente l’incoerenza dell’accusa di poca democraticità rivolta come un refain dal Primo Ministro inglese, quando è lo stesso Cameron a opporsi alla supremazia del Parlamento (quindi dell’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei) per propri fini elettoralistici. Cameron cerca infatti di competere con l’Ukip sul piano dell’euroscetticismo alle prossime elezioni nazionali, con lo slogan di  una UE “minima” in cui la Gran Bretagna possa ottenere i maggiori risultati con i minori oneri. Ma una scelta così miope si rivelerà alla lunga controproducente: come un cane che si morde la coda, continuare a indebolire la democrazia delle istituzioni non farà che allontanare i cittadini –in questo caso i cittadini britannici- dai processi decisionali europei. 

E’ un caso emblematico del resto, che ha fatto emergere tutta la sua perversa natura proprio il 25 Maggio. I paesi che hanno scaricato sulle istituzioni europee i fallimenti delle proprie politiche nazionali (vedi ancora la Francia e la Gran Bretagna) hanno visto il trionfo di partiti anti-sistema per cui è stato gioco facile trovare nell’Europa il capro espiatorio per i mali nazionali -veri o presunti che siano. Con l’effetto opposto però che queste forze avranno maggior peso proprio a livello nazionale che non su quello europeo, su cui invece si prefissavano di agire. D’altro canto, i paesi virtuosi che sono riusciti a trarre dall’Europa slancio e supporto anche per fattive politiche nazionali ( quei famosi fondi strutturali che quando spesi e spesi bene sono in grado di fare la differenza anche sul PIL) hanno premiato quei partiti propositivi intenzionati a continuare il loro all’interno dell’Unione -magari anche per cambiarla. 

Questo “piccolo dramma” della nomina del Presidente della Commissione ci riporta al vero dibattito sul modello di Europa che avremo nei prossimi 5 anni. Infatti, si sono ventilati ipotesi di compromesso da togliere il sonno a quanti auspicano che al voto europeo corrisponda una coerente risposta politica da parte dei leaders degli stati membri. Si parla invece di una possibile candidatura di Christine Lagarde, attuale Presidente del FMI e già “delfina” dell’ex presidente francese UMP (destra) Sarkozy. Una scelta che non solo sarebbe completamente all’opposto del principio di democrazia e di supremazia del parlamento, ma che offrirebbe anche un segnale di reazione rispetto alle richieste di cambiamento espresse con tanta drammaticità da queste elezioni. 


E’ ovvio infatti come la politica del rigore propugnata dalla cosiddetta “Troika” ( di cui la Lagarde è a tutti gli effetti l’incarnazione) sia stata sonoramente bocciata dal voto dei cittadini europei, e non solo di quei paesi PIGS (acronimo alquanto dispregiativo per designare gli stati fino a ieri a rischio default e cioè Portogallo, Italia,  Grecia e Spagna). A confutare il  “dogma” del fiscal compact sono oggi economisti e studiosi  di quei paesi -come la Germania- da cui l’austerità ha preso le mosse. Del resto, non ci voleva molto a sbugiardare le contraddizioni di un rigore pronto a salvare le banche ma “spietato” nel tagliare servizi essenziali alla collettività. Un gruppo di ricercatori franco-tedeschi, riuniti attorno al think tank “Glienicke group” ha elaborato una sorta di manifesto per una “Nuova Europa” più democratica nella gestione macroeconomica e soprattutto più equa. Come evidenziato da uno dei maggiori economisti contemporanei, il francese Thomas Piketty, il fallimento delle politiche neo-liberiste applicate allo spazio monetario europeo è sotto gli occhi di tutti: che senso ha infatti avere una valuta comune (l’Euro) quando in realtà persistono 18 debiti pubblici diversi? Tanto più che mancano  strumenti economici, fiscali e di budget comuni in grado di evitare i danni che le speculazioni finanziarie mietono nelle economie nazionali. 

Per Piketty, come per i fautori di una “ristrutturazione” più democratica e responsabile delle istituzioni europee occorrerebbe partire proprio dal “falso” problema del debito: falso perché così come divulgato è stato solo funzionale all’implementazione di politiche economiche restrittive e dannose. La soluzione proposta è quella –non nuova in realtà, ma mai seriamente affrontata- di mettere in comune anche il debito degli stati membri, in modo da bloccare le speculazioni sui singoli tassi di  interesse che altrimenti continuerebbero all’infinito. Al contempo si creerebbe un nuovo organo comunitario (Piketty lo definisce un “European Chamber”: una Camera Europea) parallelo al Parlamento Europeo e composto da parlamentari nazionali avente il compito di applicare le giuste prerogative monetarie sull’Eurozona. Prerogative per altro perse proprio con l’introduzione dell’Euro. Queste ed altre misure (come l’introduzione di una tassazione comune sulle Imposte di Società dalle cui rendite andare a finanziare il budget europeo) danno il segno di un’alternativa possibile -ed anzi auspicabile- agli anni di crisi economica e di deficit democratico che stiamo ancora vivendo.
Lo spartiacque che ha segnato quest’elezione europea e su cui si confrontano le due “visioni” sul futuro dell’Unione è proprio questo: da un lato, la “vecchia Europa” del trattato di stabilità, del direttorio della Germania e della “Troika”. Dall’altro un modello di tipo keynesiano, che punta sullo sviluppo e sulla crescita e che si riconosce in una visione federalista di Europa. I cittadini europei hanno dimostrato, con il loro voto di aver scelto in che direzione andare: ora c’è da sperare che anche i nostri leaders si dimostrino altrettanto perspicaci.