lunedì 9 giugno 2014

L'Europa dei Leaders e quella dei Cittadini






Ad appena due settimane dagli esiti del voto europeo, che ha visto la netta affermazione del Partito Democratico nel nostro paese così come l’avanzata della destra xenofoba ed anti-europeista in importanti paesi dalla solida fede democratica (ed europeista), già si profilano due modelli -nettamente contrastanti-dell’Unione che sarà a partire da questa legislatura. Parlo di due modelli, anche se in effetti sarebbe più appropriato parlare di tre, se ci si attiene alle macro-tendenze politiche rappresentate nell’emiciclo del Parlamento di Strasburgo/Bruxelles: da un lato abbiamo il gruppo della destra conservatrice e dei Popolari che predilige il  metodo intergovernativo e che trova la sua espressione economica nel fiscal compact e nel rigore “alla tedesca”: questo è il gruppo emerso come maggioritario dalle urne il 25 Maggio; poi abbiamo un vasto blocco, che va dai Socialisti ai Liberali alla Sinistra europeista che vorrebbe una riforma in senso maggiormente democratico dell’intero impianto istituzionale dell’Unione e reclama politiche economiche di crescita svincolate dal debito pubblico. Infine abbiamo un eterogeneo blocco di partiti anti-europeisti, spesso populisti e xenofobi che si prefiggono il ritorno alle prerogative nazionali (nazionaliste?), la revisione dei trattati di Schengen, la fuoriuscita dall’Euro. Per quanto questa minoranza conti per circa un quarto del nuovo Parlamento – e rappresentino forze significative in paesi come la Francia e la Gran Bretagna – credo che il dibattito politico, economico e istituzionale rimarrà appannaggio dei primi due modelli che insieme rappresentano la vasta maggioranza dell’assemblea. 

Lo spunto per comprendere la drammaticità del dibattito è offerto dalla fase di transizione che l’Unione sta attraversando, con il rinnovo dei suoi organi monocratici quali la Commissione e il Consiglio. Sulla pressante richiesta di maggiore rappresentatività si decise, con il Trattato di Lisbona del 2007, che il Parlamento Europeo avrebbe avuto l’ultima parola sulla scelta della Commissione e del suo Presidente: certo, i governi potevano ancora proporre un “loro” candidato, ma questi doveva essere espressione della maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni europee. Così, ancor prima delle sedute del Consiglio Europeo post-elettorale, si sapeva che il Gruppo dei Socialisti e dei Democratici avrebbe proposto Martin Schulz mentre i Popolari avevano l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Junker. Ed è proprio questi che dovrebbe essere indicato dal Consiglio al Parlamento per la guida delle Commissione, essendo i Popolari maggioranza in Parlamento -seppur di stretta misura. Ma qui emerge il vecchio vizio e paradosso del metodo intergovernativo: il leader conservatore britannico Cameron, uscito sconfitto dalle urne che hanno invece premiato il partito anti-europeista dell’Ukip, pone il veto proprio a Junker –ricordiamolo, conservatore anche lui- accusato di … eccessivo europeismo. Le manovre e i negoziati in corso, che si preannunciano molto lunghi in quanto riguardano sia il Consiglio Europeo ( e quindi i capi di stato e di governo che proveranno a formulare un altro nome o a trovare altri e precari equilibri) sia il Parlamento stesso (con Schulz che tenta di ottenere una maggioranza “trasversale”) se da un lato sono indicatori di uno stato di confusione e di ipocrisia politica -specie della destra conservatrice- dall’altro incarnano lo scontro sul modello di governance europea. 


Sul primo punto, appare evidente l’incoerenza dell’accusa di poca democraticità rivolta come un refain dal Primo Ministro inglese, quando è lo stesso Cameron a opporsi alla supremazia del Parlamento (quindi dell’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei) per propri fini elettoralistici. Cameron cerca infatti di competere con l’Ukip sul piano dell’euroscetticismo alle prossime elezioni nazionali, con lo slogan di  una UE “minima” in cui la Gran Bretagna possa ottenere i maggiori risultati con i minori oneri. Ma una scelta così miope si rivelerà alla lunga controproducente: come un cane che si morde la coda, continuare a indebolire la democrazia delle istituzioni non farà che allontanare i cittadini –in questo caso i cittadini britannici- dai processi decisionali europei. 

E’ un caso emblematico del resto, che ha fatto emergere tutta la sua perversa natura proprio il 25 Maggio. I paesi che hanno scaricato sulle istituzioni europee i fallimenti delle proprie politiche nazionali (vedi ancora la Francia e la Gran Bretagna) hanno visto il trionfo di partiti anti-sistema per cui è stato gioco facile trovare nell’Europa il capro espiatorio per i mali nazionali -veri o presunti che siano. Con l’effetto opposto però che queste forze avranno maggior peso proprio a livello nazionale che non su quello europeo, su cui invece si prefissavano di agire. D’altro canto, i paesi virtuosi che sono riusciti a trarre dall’Europa slancio e supporto anche per fattive politiche nazionali ( quei famosi fondi strutturali che quando spesi e spesi bene sono in grado di fare la differenza anche sul PIL) hanno premiato quei partiti propositivi intenzionati a continuare il loro all’interno dell’Unione -magari anche per cambiarla. 

Questo “piccolo dramma” della nomina del Presidente della Commissione ci riporta al vero dibattito sul modello di Europa che avremo nei prossimi 5 anni. Infatti, si sono ventilati ipotesi di compromesso da togliere il sonno a quanti auspicano che al voto europeo corrisponda una coerente risposta politica da parte dei leaders degli stati membri. Si parla invece di una possibile candidatura di Christine Lagarde, attuale Presidente del FMI e già “delfina” dell’ex presidente francese UMP (destra) Sarkozy. Una scelta che non solo sarebbe completamente all’opposto del principio di democrazia e di supremazia del parlamento, ma che offrirebbe anche un segnale di reazione rispetto alle richieste di cambiamento espresse con tanta drammaticità da queste elezioni. 


E’ ovvio infatti come la politica del rigore propugnata dalla cosiddetta “Troika” ( di cui la Lagarde è a tutti gli effetti l’incarnazione) sia stata sonoramente bocciata dal voto dei cittadini europei, e non solo di quei paesi PIGS (acronimo alquanto dispregiativo per designare gli stati fino a ieri a rischio default e cioè Portogallo, Italia,  Grecia e Spagna). A confutare il  “dogma” del fiscal compact sono oggi economisti e studiosi  di quei paesi -come la Germania- da cui l’austerità ha preso le mosse. Del resto, non ci voleva molto a sbugiardare le contraddizioni di un rigore pronto a salvare le banche ma “spietato” nel tagliare servizi essenziali alla collettività. Un gruppo di ricercatori franco-tedeschi, riuniti attorno al think tank “Glienicke group” ha elaborato una sorta di manifesto per una “Nuova Europa” più democratica nella gestione macroeconomica e soprattutto più equa. Come evidenziato da uno dei maggiori economisti contemporanei, il francese Thomas Piketty, il fallimento delle politiche neo-liberiste applicate allo spazio monetario europeo è sotto gli occhi di tutti: che senso ha infatti avere una valuta comune (l’Euro) quando in realtà persistono 18 debiti pubblici diversi? Tanto più che mancano  strumenti economici, fiscali e di budget comuni in grado di evitare i danni che le speculazioni finanziarie mietono nelle economie nazionali. 

Per Piketty, come per i fautori di una “ristrutturazione” più democratica e responsabile delle istituzioni europee occorrerebbe partire proprio dal “falso” problema del debito: falso perché così come divulgato è stato solo funzionale all’implementazione di politiche economiche restrittive e dannose. La soluzione proposta è quella –non nuova in realtà, ma mai seriamente affrontata- di mettere in comune anche il debito degli stati membri, in modo da bloccare le speculazioni sui singoli tassi di  interesse che altrimenti continuerebbero all’infinito. Al contempo si creerebbe un nuovo organo comunitario (Piketty lo definisce un “European Chamber”: una Camera Europea) parallelo al Parlamento Europeo e composto da parlamentari nazionali avente il compito di applicare le giuste prerogative monetarie sull’Eurozona. Prerogative per altro perse proprio con l’introduzione dell’Euro. Queste ed altre misure (come l’introduzione di una tassazione comune sulle Imposte di Società dalle cui rendite andare a finanziare il budget europeo) danno il segno di un’alternativa possibile -ed anzi auspicabile- agli anni di crisi economica e di deficit democratico che stiamo ancora vivendo.
Lo spartiacque che ha segnato quest’elezione europea e su cui si confrontano le due “visioni” sul futuro dell’Unione è proprio questo: da un lato, la “vecchia Europa” del trattato di stabilità, del direttorio della Germania e della “Troika”. Dall’altro un modello di tipo keynesiano, che punta sullo sviluppo e sulla crescita e che si riconosce in una visione federalista di Europa. I cittadini europei hanno dimostrato, con il loro voto di aver scelto in che direzione andare: ora c’è da sperare che anche i nostri leaders si dimostrino altrettanto perspicaci.

lunedì 13 gennaio 2014

Per una legge sulle unioni civili






   Le Unioni Civili sono tornate ad occupare un posto di primo piano nel dibattito politico italiano. Il neo-segretario PD Matteo Renzi le ha inserite come le priorità, assieme alla legge elettorale, alla riforma del mercato del lavoro (il “job act”) e allo ius solis che il governo Letta dovrebbe affrontare da qui alla scadenza della legislatura (2014?2015?).

   Nella storia recente le unioni civili sono diventate, loro malgrado, un “ever green” del dibattito nazionale, apparse sulla scena con la stessa velocità con cui normalmente vengono poi dimenticate. Ogni volta con un nome diverso: Pacs, Dico, DiDoRe… Sigle bislacche, dal suono quasi bambinesco – come del resto Tarsu, Tuc, Trise- che dissimulano nella scioglievolezza del fonema tutta la complessità delle realtà che sono chiamate a regolare.

   Quello delle unioni civili è un tema molto serio e bene ha fatto Renzi a riproporlo con urgenza, cercando in  questo modo di recuperare un ritardo inaccettabile della politica rispetto all’evolversi dei costumi e dei modelli sociali.


   L’Unione Europea, già nel 1994 raccomandava che alle coppie non sposate venissero riconosciuti pari diritti all’interno degli ordinamenti statali. Raccomandazione ribadita e articolata più recentemente, nel 2000 e nel 2003 dal Parlamento Europeo che sancisce come le coppie monoparentali e non sposate -anche omosessuali- debbano ottenere pari dignità rispetto alle coppie tradizionali “in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali", sollecitando gli stati membri ad attuare quelle integrazioni legislative per riformare il diritto matrimoniale in tal senso.

   In molti paesi, non solo europei, il diritto non è stato indifferente all’evolversi dei costumi e senza aspettare i pronunciamenti della UE (come nel caso dell’Olanda o della Danimarca) si è ricorso a degli specifici strumenti normativi che riconoscono e disciplinano i diritti e i doveri di quelle coppie che non vogliano convogliare a nozze - o che non possano, come appunto le coppie omosessuali.  


   L’Italia è uno dei pochi paesi dell’Unione Europea- assieme a Slovacchia, Grecia, Cipro, Estonia e Romania- che non prevede alcun tipo di riconoscimento alle coppie more uxorio (le cosi dette “coppie di fatto”) siano esse eterosessuali o omosessuali. Se la realtà di queste convivenze non è certo nuova ed ha avuto anche nella storia politica esempi lampanti (Togliatti e Nilde Iotti) è solo negli ultimi 20 anni che la materia è emersa dalla sfera dell’intimità per reclamare la dimensione sociale e civile che invece merita. 

   Del resto, per comprendere come l’istituto del matrimonio oggi sia stato fortemente rivalutato nella sua valenza culturale, sociale, financo di “ammortizzatore sociale” basta studiare i dati pubblicati dall’Istat sul numero dei matrimoni in Italia, che nel 2012 sono stati 207.138 contro i circa 419.000 del 1972.  Un calo del 48%. A fronte di questa “sfiducia” sono molti gli italiani e le italiane che preferiscono o semplicemente si ritrovano a vivere modelli di convivenza e di famiglia “nuovi”. Il fatto che in Italia non esista un riconoscimento legislativo di questo tipo di unione non consente di disporre di dati certi sul loro numero. Ci si basa quindi solo sulle rilevazione a campione. O sui registri delle unioni civili, unica forma di riconoscimento – spesso solo simbolico- messo a disposizione dai comuni più volenterosi. Secondo Marco Volante, presidente della Linfa - la lega italiana nuove famiglie- sono circa 2 milioni e mezzo gli italiani che vivono in forme di famiglia altra rispetto a quella tradizionale.

   A fronte di un cambiamento importante nello stile di vita di milioni di italiani ciò che colpisce sono le giustificazioni con cui la politica si intestardisce a non volere vedere in faccia la realtà.  Realtà a cui persino la Chiesa oggi, grazie a un Papa come Francesco sembra guardare con maggiore apertura.
D’altronde, come spesso accade in Italia, una sentenza della corte di cassazione – la 4184-  è recentemente intervenuta (Marzo 2012) sull’argomento: sancendo come i diritti di coppie omosessuali devono essere omologati a quelle delle coppie sposate, sollecitando il parlamento a colmare al più presto tale lacuna. 

   La posizione dei partiti più conservatori, recentemente rispolverato da Alfano per chiudere alle proposte di Renzi- si basa generalmente su due assiomi: il primo è che, “in tempi di crisi” il governo dovrebbe concentrarsi quasi esclusivamente sull’economia e il risanamento; il secondo è che su “temi etici” come quello delle unioni civili si comprometterebbe l’unità dell’istituto familiare, aprendo di fatto alle nozze gay. Sul primo punto, si potrebbe rispondere che i vari ministeri dell’integrazione, dell’immigrazione, della cultura e della sanità, per dire, non avrebbero allora ragione di esistere. Potremmo anzi chiuderli, in un’ottica di spending review, con grande vantaggio per l’erario. Ovviamente, non è così: l’azione di governo non può sostanziarsi solo nei temi economici e lasciare fuori tutti gli altri ambiti della vita dei cittadini in cui la politica è chiamata ad intervenire. 

   Anche quello dei “temi etici” è, a ben vedere, un finto problema.  Giacché non si dibatte qui su argomenti che intaccano direttamente la vita umana – come la fecondazione assistita, l’accanimento terapeutico o l’eutanasia- quello sulle unioni civili dovrebbe sfuggire a un’etichettatura tanto arbitraria. A parte che non c’è cosa più etica che espandere il bacino dei diritti godibili dagli individui. Ma, oltre a questa falsa premessa, neppure un giusnaturista potrebbe spiegare in che modo l’istituzione di unioni civili rappresenterebbe una minaccia alla “famiglia tradizionale”. Giacché nessun matrimonio verrebbe sciolto e nessun coniuge costretto a sposarsi con un partner dello stesso sesso, l’esistenza di unioni civili avrebbe solo effetti positivi: quelli appunto di consentire a individui  (soprattutto se omosessuali che quindi in Italia non possono sposarsi) di accedere alle prerogative – se non di tutte almeno in parte- proprie delle coppie sposate. Unioni civili che, ribadiamolo, non sono matrimoni gay. 


   Ancora ieri Alfano affermava di non comprendere come le eventuali unioni civili potrebbero differire dai matrimoni civili, paventando che le due cose avrebbero lo stesso significato. Un paragone surrettiziamente proposto, giacché le due cose sono, da un punto di vista giuridico e legislativo, profondamente diverse. Le unioni civili, secondo la formulazione che ogni Stato elabora, possono essere anche atti di diritto privatistico, siglati presso un notaio, che possono prevedere la presenza o meno di testimoni. E d’altronde, almeno per gli omosessuali, mancherebbe la clausola significante che in ogni matrimonio è quella del mantenimento della prole. Se Alfano si confonde tra matrimoni e unioni civili, si regolarizzino allora le unioni civili attraverso la coabitazione registrata, che permette alla coppia di acquisire gradualmente i diritti civili dopo un determinato periodo di coabitazione. Del resto, i modelli di paragone non mancano. Si faccia come la Germania, dove inizialmente i diritti e i doveri della coppia non equiparavano a tutti gli effetti la convivenza al matrimonio: è equiparata  dal punto di vista contributivo ed assistenziale e non lo è nel caso della filiazione e della genitorialità. O come in Irlanda dove si prevede la coabitazione, proprietà della casa, agevolazioni fiscali, successione, eredità, immigrazione, senza però introdurre la possibilità di adozione dei figli.  Inoltre, l’evoluzione del diritto può cambiare, nel senso che non è necessario prevedere un istituto delle unioni civile nella sua accezione più “larga”: si può iniziare con una legislazione minima o “light”- come piacerebbe chiamarla a Matteo Renzi- che contenga quelle condizioni basilari per non svuotare completamente le unioni del proprio valore giuridico e simbolico (come il regime patrimoniale, la reversibilità delle pensioni, la possibilità di ereditare etc.) e al contempo ne tenga fuori altri (come gli affidi o le adozioni). In tal modo non si urterebbe la sensibilità delle parti politiche più conservatrici, se è questa la preoccupazione. C’è da sperare che, una volta metabolizzata l’esistenza delle nove unioni, si possa passare ad estendere i contenuti di una tale disciplina.

  Spesso i detrattori delle unioni civili ribadiscono che ai fini provvidenziali o testamentari – ad esempio- non è necessario che lo Stato riconosca l’unione, essendo due adulti intitolati a disporre a piacimento dei loro beni. Ma non è così,  giacché tra conviventi non sussiste nessun diritto alla successione. E’ vero che ognuno potrebbe disporre presso un notaio un lascito al proprio partner, ma in questo caso, l’eventuale “legittima” reclamata da un parente avrebbe priorità su quelle stesse disposizioni testamentarie, mentre al partner rimarrebbe la sola quota “disponibile”. Stortura che un’unione civile potrebbe sanare. E questo si applicherebbe anche alla reversibilità delle pensioni, come alle visite in ospedale, alla cura dei figli già avuti, e a ogni altro aspetto che regola la vita di coppia in un matrimonio riconosciuto. 
 
   E’ vero: oggi la politica italiana ha tante priorità e molti sono i gravi problemi a cui il governo è chiamato a rispondere, con urgenza. Ma non si può, in un paese moderno e democratico come l’Italia, strumentalizzare l’emergenza dell’attuale crisi per negare un problema che tocca la dignità di milioni di persone, donne, uomini e bambini; o peggio ancora, negare l’estensione dei diritti civili con la scusa di una finta morale. La politica, anche su questo campo, oggi si gioca la faccia.


lunedì 30 dicembre 2013

Agricoltura, la grande cenerentola della Sicilia



Oggi parliamo di agricoltura in Sicilia.  L’agricoltura ha da sempre rappresentato (oggi insieme al turismo) il motore dell’economia  isolana. E' in Sicilia che si trova la metà (46%) dei terreni agricoli coltivati in Italia, pari a 1 milione 384.043 ettari. A fronte di un passato glorioso, in cui la Sicilia era considerata, e non solo metaforicamente, il Granaio d’Italia, la situazione attuale è a dir poco sconfortante.  Basti pensare che dal 2000 al 2010 sono  129.553 le aziende che hanno chiuso definitivamente i battenti secondo l’ISTAT.  E a fronte di questo gli introiti e le opportunità agricole oggi sono a condizioni peggiori di quelle che erano negli anni ’60. Gli occupati in agricoltura sono stati nel 2011 in Sicilia di 176.042 ( dati INPS ) tra fissi, giornalieri, coltivatori diretti, coloni, mezzadri e imprenditori agricoli professionali,  circa il 13%  di tutti gli occupati in Sicilia sia autonomi che dipendenti, il 15% se si calcola solo il lavoro dipendente. Nel 2005 i lavoratori agricoli dipendenti erano 159.548 ( 8 mila in più del 2011 ) un calo occupazionale che ha attraversato tutte le province. A questo fa  seguito  la riduzione di oltre il 6% dei prezzi per alcuni dei principali comparti, come cereali, frutta e vino, e latte.







Purtroppo la politica, regionale, nazionale ed europea, non è esente da responsabilità in un tale declino. Dalle politiche  europee del set-aside , che ha portato alla frammentazione dei fondi agricoli e all’abbandono di molte colture- prima fra tutte la principale produzione siciliana che è il grano duro – fino all’abbaglio di un “progresso” cristallizzato sui servizi e sull’industria della trasformazione –senza per altro  riuscire ad eccellere neanche in questo- a partire dagli anni 70 le nostre campagne hanno subito un lento e graduale declino, acutizzato dalla concomitante chiusura delle miniere. (Basti pensare che negli anni 70 Montedoro passa da 2500 a 1300 abitanti, con un trend comune a molti centri dell’entroterra).  

Il risanamento del territorio attraverso l’agricoltura: esternalità positive, eco-sostenibilità ed economia di scala.

Il risanamento del settore agricolo e la valorizzazione delle aree rurali non può più essere affrontato con le stesse politiche del passato, spesso frutto di una concezione campanilistica e assistenziale delle classi dirigenti di allora.  Oggi occorre ri-pensare l’agricoltura e lo sfruttamento dei terreni attraverso tre concetti fondamentali: l’economia di scala, l’eco-sostenibilità e le esternalità positive.
L’economia di scala
Il primo passo per dare una giusta risposta alle esigenze della nostra economia agricola in difficoltà è quello di andare oltre le semplici coltivazioni, o meglio andare oltre la convinzione che la mera coltura, per quanto d’eccellenza, basti a dare da sola un senso ad un intero settore. Occorre infatti che una coltura sia in grado di generare ed implicare ulteriori opportunità di sviluppo per lo stesso settore o ad altri ad esso strettamente correlati. Deve insomma creare delle economie di scala. Un esempio è dato dalle centrali si compostaggio e di biomasse che altrove in Europa sono largamente utilizzate e che da noi, in Sicilia - e con molte difficoltà, sono presenti solo a Gela.
Eco sostenibilità e multifunzionalità
La regione Sicilia ha un accordo stato-regione per raggiungere gli obiettivi del “Burden-Sharing”: il Burden Sharing è una strategia concordata da quei paesi dell’Unione Europea che hanno ratificato il protocollo di Kyoto(15, tra cui il nostro paese)  e che fissa un percorso “ a tappe” per ridurre l’emissione di gas-serra. In Italia, ogni regione (attraverso l’accordo sopra-citato) ha degli obiettivi precisi di biomasse e di biocarburanti che dovranno sostituire i gas serra e che per la Sicilia sono fissati ad un 15% da raggiungere entro il 2020 (a fronte del 2,3 attuale). Il combustibile è dato dai residui agricoli, previo, ad esempio, la piantumazione di alberi da sfruttare a tale scopo (piante di acacia o pioppi che normalmente vengono poi tagliati dopo 15 anni). 
Centrali di biomasse rappresentano un ottimo investimento per un approvvigionamento energetico che avrebbe il doppio vantaggio di tagliare i costi energetici (in media noi siciliani consumiamo 2 milioni e duecentomila euro all’anno di energia elettrica) e di essere eco-compatibile.
E un progetto in tal senso è già in fase di sperimentazione nell’area di Gela, dove grazie ad una sinergia tra la provincia di Caltanissetta, il comune di Gela e il Ministero dell’Ambiente è stata creata una centrale di biomasse con produzione di energia elettrica e caldo/freddo in grado di soddisfare il fabbisogno delle imprese dell’ESI. E’ stata scelta Gela in quanto appare particolarmente adatta grazie al clima, alle infrastrutture presenti, alla disponibilità di streams di CO2 e di acque reflue (urbane ed industriali).
Le esternalità positive
L’altro punto per un’efficiente utilizzo delle colture siciliane è quello di considerane le esternalità positive. Un esempio di esternalità positiva (ovvero, di beneficio “automatico” per tutta la comunità che deriva dall’implementazione di una semplice politica) è rappresentata dai 18 campi di latifoglie realizzati nella zone del trapanese dall’ESA e il CRA (Centro Ricerca Agricoltura).  Queste, come altre piantumazioni simili, rappresentano una  garanzia contro i rischi idro-geologici, in quanto, con le loro radici consolidano i terreni in erosione (molti nella nostra regione) allontanando il rischio di frane e smottamenti.  E allo stesso tempo rappresentano un ottimo combustibile eco-sostenibile.

Creare centri per le biomasse dovrebbe essere una priorità delle amministrazioni a tutti i livelli: municipali, provinciali e regionali. Solo attraverso una sinergia tra questi enti, oltre che con l’ESA e del CRA è possibile realizzare queste opere strutturali di sfruttamento degli eco combustibili.  In questo senso, il sito di Grotta D’Acqua è stato suggerito dall’ESA come  possibile sede per un impianto a biomasse da 5/600 Kilowatt ora, con una spesa di 1 milione di euro per tutta la filiera. Che a sua volte potrebbe rappresentare un’allettante incentivo per micro-impianti di produzione di eco combustibile, come il pellet.


Il ruolo dell’Europa

L’importanza di fare fronte comune tra produttori ed agricoltori siciliani è imposto anche dalle dinamiche dei finanziamenti erogati dall’Unione Europea. La PAC, Politica Agricola Comune,  è il principale strumento attraverso cui  l’UE sovvenziona la produzione agricola comunitaria.  Essa costituisce il 40% del budget europeo.  L’80% dei sussidi Pac  è distribuito attualmente tra Francia, Italia e Germania. L’Italia riceve oltre 5 miliardi di euro e sono circa 1,8 milioni i soggetti in Italia che incassano un contributo.
La riforma delle PAC nel 2003 ha corretto alcune delle storture (abbiamo già ricordato l’abbandono definitivo del set-aside nel 2008) la più importante delle quali è stata forse quella di “liberare” gli agricoltori dalle “quote di produzione”: i coltivatori sono liberi di scegliere quanto produrre sulla base della convenienza del mercato,  evitando così quegli eccessi di produzione –che venivano poi mandati al macero- funzionali unicamente a ottenere il sussidio.
Il fatto di rompere il legame tra produzione effettiva ed erogazione dei sussidi ha però creato u effetto perverso:  per aver diritto ai sussidi basta certificare, dalla parte del produttore, di disporre di una certo numero di ettari di terreno terreni da utilizzare a scopo agricolo, senza necessità di coltivare effettivamente quei terreni. 
Inoltre, con la nuova PAC vengono sussidiate tutte le produzioni, indiscriminatamente, con la conseguenza dell’abbandono di certe colture meno redditizie o più costose (come nel caso proprio del grano duro) per altre più facili e che garantiscono comunque l’accesso ai sussidi.
Ma la sfida più importante posta dalla Pac è che solo le aziende più grandi (in termini di ettaraggio) sono quelle che riescono ad avere più facilmente accesso ai fondi europei. Tra i soggetti sussidiati, 700 grandi aziende agricole ricevono il 15% del totale dei contributi europei. L'8% degli agricoltori italiani ricevono il 50% dei sussidi. L’80% delle aziende italiane non supera i 5 ettari (dati ISTAT). In Sicilia il settore è trainato da realtà quasi sempre a gestione familiare di limitate dimensioni ,  che vanno da meno di un ettaro ad un massimo di 3 ettari, pari a circa al 92% del totale delle imprese.





Possibili soluzioni

Quello che oggi manca, più che le politiche agricole ad hoc è la giusta coordinazione: piattaforme logistiche, accentramento di produzione e sinergie tra operatori del settore ed enti locali. Molto spesso, l’incapacità di rendere efficienti certe colture e quindi di penetrare all’interno del mercato sia nazionale che mondiale è dovuto a veri e propri “campanilismi” provinciali, che hanno impedito a produttori di uno stesso bene (come la pesca, ad esempio) di fare fronte comune nella determinazione dei prezzi.
Si capisce, a fronte dei dati sopra citati, come l’imperativo per la sopravvivenza delle nostre aziende sia quello di unirsi, creare delle cooperative, “fare rete”. La politica più che intervenire egli affari dell’agricoltura, dovrebbe avere il compito di facilitare lo sviluppo di una tale sinergia. E questo si attua con azioni mirate, come un tavolo di lavoro che metta insieme i rappresentanti degli enti locali con le organizzazioni agricole professionali ( Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Copagri).  Una delle maggiori responsabilità di chi fa politica è stata quella di parlare troppo spesso di agricoltura senza mai o quasi mai parlare con i soggetti che in prima persona vivono i problemi e le responsabilità dirette del lavoro della terra.  Bene ed importante è interagire con enti come l’ESA e il CRA, ma ancora più importante è di chiamare il produttore diretto, le cooperative  e le categorie che le rappresentano, chi produce le eccellenze in un determinato territorio e capire direttamente da questi soggetti come la politica possa mettersi al servizio delle esigenze degli agricoltori. E allo stesso tempo, formulare delle proposte chiare.
·         Puntare sulla promozione di colture differenziate –fermo restando la valorizzazione delle eccellenze locali- in grado di generare delle ulteriori opportunità di investimenti (ad esempio, centri di biomasse che utilizzino le acque reflue dalle irrigazioni dei campi adiacenti, che brucino combustibile biologico da colture apposite e che alimentino il fabbisogno energetico delle aree circostanti).
·         Mettere a disposizione centri di formazione  dove chi vuole fare agricoltura possa: 1) avere accesso a tutta la “filiera burocratica” che gli permetta di mettersi in proprio; 2) che fornisca un servizio per tutti coloro che, già avviati nella loro attività agricola, non abbiano gli strumenti per “decifrare” le normative vigenti; 3)  che faciliti l’attività di quegli agricoltori che decidano di unire le proprie forze in cooperative o per la valorizzazione di terreni abbandonati.
·         Inoltre, dovrebbero essere presenti nel territorio Centri di promozione dell’imprenditorialità o  Incubatori di impresa in grado di fornire supporto per la richiesta dei fondi europei, iter spesso molto farraginoso (oggi appannaggio esclusivo della regione) e che richiede figure professionali adeguate.
·         Occorre creare dei consorzi tra enti locali e banche, in modo tale che l’agricoltore che garantisce delle esternalità positive sul territorio possa essere garantito dal comune per l’accesso al credito-che occorre comunque che sia facilitato per gli imprenditori agricoli.

E’ opportuno ricordare come i fondi europei previsti dalla PAC siano erogati per orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva, soggetti al rispetto della condizionalità (ovvero dei requisiti in materia di salute pubblica, benessere animale, sicurezza alimentare e delle Buone Condizioni Agronomiche ed Ambientali). Sono quindi dei mezzi per una maggiore efficienza produttiva. Troppo spesso invece i finanziamenti sono stati percepiti come il fine ultimo per chi li richiede, senza che questi venissero poi effettivamente investiti per creare occupazione e sviluppo.